Mentre celebrava l’eucaristia nella piccola cappella dell’hospedalito, un sicario colpì al cuore, uccidendolo, con un solo proiettile l’arcivescovo di San Salvador. Monsignor Oscar Arnulfo Romero morì alle 18:26 di lunedì 24 marzo 1980.
Non fu un martire che cercava la morte violenta, ma l’accettò, non sfuggendo al suo destino. Non fu un esaltato, ma un profeta; aprì gli occhi sulla realtà che lo circondava e fece vivere la Chiesa al fianco di chi aveva bisogno, di chi lottava per affrancarsi da repressioni, sfruttamenti…
Fu la spalla su cui piansero le madri delle centinaia di desaparecidos, giovani fatti sparire, perché considerati pericolosi dal governo ultra reazionario salvadoregno. Fu il confessore di tanti campesinos che protestavano contro lo strapotere e gli sfruttamenti subiti da parte di una decina di famiglie che si spartivano la proprietà terriera di tutto lo stato.
Fu la guida di giovani parroci e religiosi che esercitavano il loro ministero sostenendo gli ultimi. Fu il fautore della cosiddetta “teologia dell’accompagnamento”: per lui compito di un sacerdote è quello di camminare accanto a chi ha bisogno. Parlava spesso dei poveri, ma è facile immaginare che per povertà intendesse qualcosa di molto più ampio, rispetto alla mancanza di possibilità economiche. Quel proiettile non uccise l’operato di Romero. Ancora oggi è definito “el santo de America” anche se la Chiesa non ha ancora ultimato il suo iter per proclamarlo beato. In una delle sue ultime interviste, concessa al “Diario de Caracas”, monsignor Romero disse:
“Sono stato frequentemente minacciato di morte. Come cristiano, non credo nella morte senza resurrezione: se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza superbia, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato per mandato divino a dare la vita per coloro che amo, cioè tutti i salvadoregni, anche quelli che mi uccidessero.
Se le minacce dovessero compiersi già da adesso offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare, ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita che il mio sangue sia semenza di libertà e segno che la speranza si tramuterà ben presto in realtà. La mia morte, se accettata da Dio, sia per la liberazione del mio popolo e come una testimonianza di speranza nel futuro. Lei può dire, se arrivassero ad uccidermi, che io perdono e benedico quelli che lo faranno. Forse, così, si convinceranno di perdere il loro tempo: un vescovo morirà, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai”.
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