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Sant’Agostino: COMMENTO AL VANGELO DI SAN GIOVANNI

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OMELIA 3

Dalla sua pienezza abbiamo ricevuto grazia su grazia.

Quale grazia abbiamo ricevuto dapprima? La fede. Conseguita la grazia della fede, in virtù della fede sarai giusto. E, vivendo della fede, ti guadagnerai il favore di Dio; ed essendoti guadagnato il favore di Dio vivendo di fede, riceverai in premio l’immortalità e la vita eterna. E anche questa è grazia.

1. La grazia e la verità di Dio, di cui il Figlio unigenito, il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo, è apparso pieno alla vista dei santi, caratterizzano il Nuovo Testamento distinguendolo dall’Antico. E’ di questo tema che nel nome del Signore intendiamo parlarvi ora, secondo la promessa che abbiamo fatto a vostra Carità. Prestate dunque attenzione, affinché Dio mi conceda tutto ciò di cui sono capace, e conceda a voi di accogliere tutto ciò di cui siete capaci. Una volta gettato il seme nei vostri cuori, se non se lo porteranno via gli uccelli, se non lo soffocheranno le spine, se non lo brucerà il sole; se non mancherà la pioggia delle esortazioni quotidiane e le vostre buone riflessioni faranno nel cuore ciò che si fa con l’aratro nei campi: aprire la terra, ricoprire il seme perché possa germogliare (cf. Mt 13, 2-23); allora si potrà attendere il frutto, che procura gioia e letizia all’agricoltore. Se, invece, malgrado il buon seme e malgrado la pioggia benefica, raccoglieremo non frutti ma spine, non si potrà accusare il seme né incolpare la pioggia, ma si dovrà preparare il fuoco cui le spine sono destinate.

[Dove fu umiliato, ivi è stato glorificato.]

2. Siamo cristiani. Credo che non occorra convincere di ciò la vostra Carità. E se siamo cristiani – il nome stesso lo dice – apparteniamo a Cristo. Portiamo sulla fronte il suo segno, e non ce ne vergogniamo se lo portiamo anche nel cuore. Il segno di Cristo è la sua umiltà. I Magi lo riconobbero per mezzo di una stella (cf. Mt 2, 2): era il segno dato per riconoscere il Signore, segno celeste e glorioso. Ma egli volle che il suo segno sulla fronte dei fedeli fosse non una stella ma la sua croce. Sulla croce fu umiliato e dalla croce è nata la sua gloria: con essa ha risollevato gli umili dall’abiezione alla quale era disceso egli stesso umiliandosi. Noi apparteniamo dunque al Vangelo, apparteniamo al Nuovo Testamento. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia invece e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1, 17). Se interroghiamo l’Apostolo, ci dice che noi non siamo sotto la legge, ma sotto la grazia (cf. Rm 6, 14). Iddio dunque mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli sotto la legge, affinché ricevessimo l’adozione di figli (Gal 4, 4-5). Ecco lo scopo della venuta di Cristo: riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché non fossimo più sotto la legge ma sotto la grazia. E chi fu a dare la legge? Diede la legge colui che ha dato anche la grazia; ma la legge la mandò per mezzo di un servo, con la grazia è disceso egli stesso. E com’è che gli uomini si erano venuti a trovare sotto la legge? Perché non avevano compiuto la legge. Chi infatti compie la legge non è sotto la legge, ma è con la legge; chi invece è sotto la legge, non viene sollevato ma oppresso dalla legge. E così la legge costituisce colpevoli tutti gli uomini che sono sotto la legge; e grava su di loro per manifestarne i peccati, non per liberarli. La legge quindi comanda, l’autore della legge usa misericordia in ciò che la legge comanda. Gli uomini che si sforzavano di compiere con le proprie forze i precetti della legge, caddero vittime della loro temeraria e rovinosa presunzione; e non si sono trovati d’accordo con la legge, ma colpevoli sotto la legge. E siccome non potevano con le loro forze compiere la legge, diventati colpevoli sotto la legge, implorarono l’aiuto del liberatore. A causa della trasgressione della legge i superbi diventarono malati, e la malattia dei superbi si convertì in confessione degli umili. Ora che i malati riconoscono di essere malati, venga il medico e li guarisca.

3. Chi è il medico? Il Signore nostro Gesù Cristo. Chi è nostro Signore Gesù Cristo? Colui che fu visto anche da coloro che lo crocifissero, colui che fu preso, schiaffeggiato, flagellato, coperto di sputi, coronato di spine, appeso alla croce, fatto morire, trafitto con la lancia, deposto dalla croce, messo nel sepolcro. E’ questo il Signore nostro Gesù Cristo; ed è lui il medico di tutte le nostre ferite, quel crocifisso che fu insultato, di cui, quando pendeva dalla croce, i persecutori scuotendo il capo dicevano: Se è il Figlio di Dio, discenda dalla croce (Mt 27, 40). Sì, è lui il nostro vero medico. Ma perché allora non fece vedere, a chi lo insultava, che egli era Figlio di Dio? Perché, dopo aver permesso che lo innalzassero sulla croce, quando quelli dicevano: Se è Figlio di Dio, discenda dalla croce, perché almeno allora non scese giù mostrando che era veramente Figlio di Dio, lui che avevano osato schernire? Non volle! E perché? Forse perché non poteva? Certo che poteva. E’ più difficile, infatti, scendere dalla croce o risorgere dal sepolcro? Ma egli preferì sopportare quelli che lo insultavano, perché scelse la croce non come una prova di potenza, ma come un esempio di pazienza. Guarì le tue piaghe su quella croce dove a lungo sopportò le sue; ti liberò dalla morte eterna su quella stessa croce dove accettò la morte temporale. E morì. O non si deve dire piuttosto che in lui morì la morte? Che morte è mai quella che uccide la morte (cf. Os 13, 14)?

[Dov’è l’immagine di Dio.]

4. Ma quello che si poteva vedere, che fu preso e fu crocifisso era proprio nostro Signore Gesù Cristo tutto intero? Forse che quello era tutto ciò che egli è? Certamente è questo, quello che videro i Giudei; ma questo non è tutto il Cristo. E che cos’è egli allora? In principio era il Verbo. In quale principio? E il Verbo era presso Dio. E quale Verbo? E il Verbo era Dio. Forse fu fatto da Dio questo Verbo? No, perché questo era presso Dio fin dal principio. E allora? Le altre cose fatte da Dio non sono simili al Verbo? No, perché tutte le cose furon fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto. In che senso per mezzo di lui furon fatte tutte le cose? Perché ciò che fu fatto, in lui era vita, ed era vita prima ancora di essere creato. Ciò che è stato fatto, non è in sé vita; ma era vita nella mente creatrice, cioè nella sapienza di Dio, prima d’esser fatto. Ciò che è stato fatto, passa; ciò che è nella sapienza non può passare. Ciò che fu fatto, era dunque vita in lui. E quale vita? Anche l’anima, infatti, è vita del corpo. Il nostro corpo ha una propria vita, e quando la perde muore. Era, dunque di tal genere quella vita? No, ma una vita che era luce degli uomini (Gv 1, 1-4). Forse la luce anche degli animali? Questa luce materiale illumina infatti pure gli animali, insieme agli uomini. C’è però una luce propria degli uomini. Consideriamo la distanza che ci separa dagli animali, e comprenderemo che cosa significa “luce degli uomini”. Non per altro ti distingui dagli animali, se non per l’intelletto: non cercare altrove il tuo vanto. Sei fiero della tua forza? Le belve sono più forti di te. Sei fiero della tua velocità? La mosca ti vince. Ti vanti della tua bellezza? Quanta bellezza nelle penne del pavone! Da dove viene dunque la tua superiorità? Dall’essere tu immagine di Dio. E dove è questa immagine di Dio? Nella tua mente, nell’intelletto. Se dunque sei superiore all’animale perché hai una mente capace di comprendere ciò che non è possibile agli animali, se per questo l’uomo è superiore all’animale, ebbene, la luce degli uomini è la luce delle menti. La luce delle menti è al di sopra di tutte le menti, e tutte le trascende. Questo era quella vita per mezzo della quale furono fatte tutte le cose.

5. Dove era questa luce? Era qui nel mondo, o era presso il Padre e non era qui? Oppure (ed è più vero), era presso il Padre ed era qui nel mondo? Ma se era nel mondo, perché non si vedeva? Perché la luce risplende fra le tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa (Gv 1, 5). O uomini! Cercate di non essere tenebre, cercate di non essere infedeli, ingiusti, iniqui, rapaci, avari, amanti del secolo: poiché sono queste le tenebre. La luce è presente, ma voi vi rendete assenti ad essa. Un cieco, al sole, ha presente davanti a sé il sole, ma lui è assente al sole. Cercate dunque di non essere tenebre. E’ questa forse la grazia di cui sto per parlarvi, il non essere più tenebre, in modo che l’Apostolo possa dirvi: Siete stati un tempo tenebre, ma ora siete luce nel Signore (Ef 5, 8). Ora, siccome questa luce degli uomini, questa luce delle menti, non la si vedeva, era necessario che un uomo venisse a rendere testimonianza alla luce, uno che non fosse nelle tenebre, ma già illuminato. Peraltro, benché illuminato, non era lui la luce. Egli venne per rendere testimonianza alla luce; infatti, non era lui la luce. E quale era la luce? C’era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. E dove si trovava la luce? Era in questo mondo. E in che modo era in questo mondo? C’era forse come la luce del sole, della luna, delle lucerne? No, perché il mondo fu fatto per mezzo di lui, e il mondo non lo conobbe (Gv 1, 8-10). In altri termini: la luce risplende fra le tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa. “Mondo” corrisponde a “tenebre”; perché “mondo” qui significa le persone che amano il mondo. Forse che nessuna creatura riconobbe il suo Creatore? Il cielo gli ha reso testimonianza con la stella (cf. Mt 2, 2); gli ha reso testimonianza il mare, sostenendo il Signore che vi camminava sopra (cf. Mt 14, 26); gli hanno reso testimonianza i venti, che al suo comando si calmarono (cf. Mt 8, 27); gli ha reso testimonianza la terra, che tremò quando egli fu crocifisso (cf. Mt 27, 51). Di fronte a tutte queste testimonianze come si può dire che il mondo non l’ha riconosciuto, se non perché mondo, qui, significa coloro che amano il mondo, che abitano nel mondo col cuore? E’ in questo senso che diciamo che il mondo è cattivo, perché cattivi sono quelli che vi abitano, così come diciamo che è cattiva una casa se sono cattivi, non i muri, ma coloro che vi abitano.

6. Egli è venuto nella propria casa, cioè, è venuto nella sua proprietà, e i suoi non lo hanno accolto. Quale speranza ci rimane dunque, se non che a quanti lo hanno accolto, Egli ha dato il potere di diventare figli di Dio? Se si diventa figli, significa che si nasce; ma se si nasce, in che modo si nasce? Non certo dalla carne: Non da carne, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono nati. Si rallegrino, dunque, perché sono nati da Dio; siano fieri di appartenere a Dio; prendano in mano il documento che dimostra che sono nati da Dio: E il Verbo si è fatto carne, e abitò fra noi. Se il Verbo non si è vergognato di nascere dall’uomo, si vergogneranno gli uomini di nascere da Dio? E’ perché si è fatto carne, che ci ha potuto guarire; e noi ora vediamo, perché lui ci ha guariti. Questo Verbo che si è fatto carne e abitò fra noi, è diventato la nostra medicina, di modo che, accecati dalla terra, con la terra fossimo risanati. E per vedere che cosa? E noi abbiamo visto – dice l’evangelista – la sua gloria, gloria dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 11-14).

7. Giovanni gli rende testimonianza, e grida così: Questi era quello del quale vi dicevo: Chi viene dopo di me sta davanti a me. Viene dietro di me, e mi ha preceduto. Ma allora che significa: sta davanti a me? Egli mi ha preceduto: non nel senso che è stato fatto prima che fossi fatto io, ma che è stato anteposto a me. Questo è il significato delle parole: sta davanti a me. Ma perché sta davanti a te, se viene dopo di te? Perché egli era prima di me (Gv 1, 15). Prima di te, Giovanni? Che c’è di straordinario a essere prima di te? D’accordo, tu gli rendi testimonianza; ascoltiamo Cristo stesso: Prima che Abramo fosse, io sono (Gv 8, 58). Ma anche Abramo è venuto fuori dal genere umano; molti sono vissuti prima di lui e molti dopo di lui. Ascoltiamo la voce del Padre che si rivolge al Figlio: Prima della stella del mattino, ti ho generato (Sal 109, 3). Chi è generato prima della stella del mattino è colui che illumina tutti. E’ stato chiamato stella del mattino, Lucifero, uno che cadde: era un angelo, infatti, e diventò diavolo; e la Scrittura disse di lui: Lucifero, astro del mattino, è caduto (Is 14, 12). E’ stato chiamato Lucifero perché, illuminato, risplendeva. E’ diventato tenebroso perché non rimase nella verità (cf. Gv 8, 44). Dunque, egli era prima di Lucifero, prima di chiunque abbia ricevuto la luce, se è vero che la sorgente, da cui la luce irraggia su quelli che possono essere illuminati, deve esistere prima di ognuno che venga illuminato.

8. Ecco ciò che segue: E dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto. Che cosa avete ricevuto? Grazia su grazia (Gv 1, 16). Così dice il testo del Vangelo confrontato con l’originale greco. Non dice: Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia da grazia, ma: Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia; cioè abbiamo ricevuto dalla sua pienezza (non so bene che cosa ha voluto che intendessimo con questo ricevere dalla sua pienezza), e in più abbiamo ricevuto grazia su grazia. Abbiamo ricevuto dalla sua pienezza una prima grazia, e poi ancora un’altra grazia: grazia su grazia. Qual è la prima grazia che abbiamo ricevuto? E’ la fede: camminando nella fede, camminiamo nella grazia. Ma come, e con quali nostri precedenti meriti abbiamo meritato questa grazia? Nessuno si vanti, ciascuno rientri in se stesso, scenda nel più profondo del suo cuore. Riesamini le sue azioni, non si soffermi su ciò che è, ammesso che ora sia qualche cosa, ma su ciò che è stato, prima di essere qualche cosa. Si troverà meritevole soltanto di condanna. Se, dunque, tu eri meritevole di condanna, e Cristo è venuto non per punire i peccati ma per perdonarli, ti è stata accordata una grazia, non ti è stata resa una mercede. Perché si chiama grazia? Perché viene data gratuitamente. Perché ciò che hai ricevuto, non l’hai acquistato con i tuoi meriti precedenti. Questa è la prima grazia che il peccatore riceve: la remissione dei peccati. Che cosa meritava? Se interroga la giustizia, trova il castigo; interroghi la misericordia, troverà la grazia. Dio questo l’aveva già promesso per mezzo dei profeti; così che quando è venuto per dare ciò che aveva promesso, non ci ha dato soltanto la grazia, ma ha dimostrato altresì la sua fedeltà. Perché ha dimostrato la sua fedeltà? Perché ha mantenuto la sua promessa.

[La fede ci procura il favore di Dio.]

9. Che vuol dire dunque: grazia su grazia? E’ mediante la fede che noi ci guadagniamo il favore di Dio; e siccome non meritavamo il perdono dei peccati, e ciononostante, benché immeritevoli, abbiamo ricevuto un tale dono, ecco la grazia. Che cosa è infatti la grazia? Un dono gratuito. Qualcosa che viene regalato, non qualcosa che è dovuto. Se essa ti fosse stata dovuta, il dartela sarebbe significato pagarti un debito, non farti una grazia. Se, poi, ti fosse stata veramente dovuta, tu saresti stato buono; se invece, come è vero, eri cattivo, vuol dire allora che hai creduto in colui che giustifica l’empio (cf. Rm 4, 5). Che significa, infatti, che Dio giustifica l’empio, se non che fa diventare pio l’empio? Pensa quale condanna pesava su di te per via della legge, e che cosa hai ottenuto per via della grazia. Una volta ottenuta, poi, la grazia della fede, diventi giusto in virtù della fede. Infatti il giusto vive di fede (Rm 1, 17; cf. Hab 2, 4); e vivendo di fede, ti guadagni il favore di Dio; una volta che ti sei guadagnato il favore di Dio, vivendo di fede, riceverai in premio l’immortalità, la vita eterna. E anche questa è grazia. Per quale merito, infatti, ricevi la vita eterna? Per grazia. Poiché se la fede è grazia, e la vita eterna è la ricompensa della fede, può sembrare che Dio ci dia la vita eterna come qualcosa che ci è dovuto (dovuto, cioè, al fedele che l’ha meritata mediante la fede); siccome però la fede è una grazia, anche la vita eterna è una grazia legata ad un’altra grazia: grazia su grazia.

[Dio porta a compimento i suoi doni.]

10. Ascolta l’apostolo Paolo, come riconosce la grazia e come esige, poi, ciò che gli è dovuto. Ecco come egli riconosce la grazia: Prima ero bestemmiatore, persecutore e violento: ma ho conseguito misericordia (1 Tim 1, 13). Egli si riconosce indegno della grazia del perdono; e afferma di averla tuttavia conseguita, non per meriti suoi ma per misericordia di Dio. E adesso ascoltalo mentre esige ciò che gli è dovuto, egli che prima diceva d’aver ricevuto la grazia non dovuta: Quanto a me, il mio sangue è versato già in libagione ed è giunto il tempo ch’io levi l’áncora. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ormai è lì in serbo per me la corona di giustizia. Ormai richiede ciò che gli è dovuto, ormai esige ciò che gli spetta. Ascolta infatti le parole che seguono: che il Signore, giusto giudice, mi darà in compenso quel giorno (2 Tim 4, 6-8). Prima, per ricevere la grazia aveva bisogno del Padre misericordioso; ora, per il premio della grazia fa appello al giudice giusto. Colui che non ha voluto condannare l’empio condannerà forse il fedele? E tuttavia, se ben rifletti, ti accorgerai che Dio ti ha dato dapprima la fede, grazie alla quale ti sei guadagnato il suo favore: non col tuo, infatti, hai guadagnato, perché ti sia dovuto qualcosa. Quando, dunque, Dio elargisce il premio dell’immortalità, egli corona i suoi doni, non i tuoi meriti. Dunque, fratelli, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: dalla pienezza della sua misericordia, dall’abbondanza della sua bontà. Che cosa abbiamo ricevuto? La remissione dei peccati, perché fossimo giustificati mediante la fede. E che cosa ancora? grazia su grazia (Gv 1, 16); cioè, per questa prima grazia che ci fa vivere mediante la fede, noi ne riceveremo un’altra; la quale, a sua volta, altro non è che grazia. Se io la pretendessi come una cosa dovuta, la rivendicherei come un debito. E’ Dio invece che corona in noi i doni della sua misericordia, a patto che noi camminiamo con perseveranza nella prima grazia che abbiamo ricevuto.

11. Perché la legge è stata data per mezzo di Mosè (Gv 1, 17), quella legge che vincolava i colpevoli. Che cosa dice infatti l’Apostolo: Sopraggiunse la legge, perché abbondasse la colpa (Rm 5, 20). Giovava ai superbi che la colpa abbondasse: essi infatti erano molto presuntuosi e facevano molto assegnamento sulle loro forze; e non potevano compiere la giustizia senza l’aiuto di colui che aveva dato i comandamenti. Volendo domare la loro superbia, Dio diede la legge, come a dire: Ecco, praticatela, affinché non vi illudiate che manca chi comanda. Non manca chi comanda, manca chi possa metterla in pratica.

12. Se quindi non c’è nessuno capace di adempiere la legge, donde deriva questa incapacità? Perché l’uomo nasce con l’eredità del peccato e della morte. Nascendo da Adamo, ne ha ereditato il peccato che in lui è stato concepito. Il primo uomo cadde; e tutti i suoi discendenti ereditarono da lui la concupiscenza della carne. Era necessario che nascesse un altro uomo che non aveva ereditato la concupiscenza. Uomo l’uno, uomo l’ altro: uno procura la morte, l’altro apporta la vita. Così dice l’Apostolo: Per mezzo d’un uomo la morte, per mezzo d’un uomo la risurrezione dei morti. Chi è l’uomo che porta la morte, e chi è quello che porta la risurrezione dei morti? Non aver fretta, ecco il seguito: Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti rivivranno (1 Cor 15, 21-22). Chi sono quelli che appartengono ad Adamo? Tutti quelli che da lui sono nati. E chi sono quelli che appartengono a Cristo? Tutti quelli che sono nati per mezzo di Cristo. E perché tutti gli uomini nascono in peccato? Perché nessuno nasce se non da Adamo. Ma se nascere da Adamo è una conseguenza inevitabile della condanna, nascere per mezzo di Cristo, esige, invece, una libera decisione, ed è grazia. Non sono costretti gli uomini a nascere per mezzo di Cristo; mentre sono nati da Adamo senza averlo deciso. Quanti, tuttavia, nascono da Adamo, nascono con il peccato, peccatori; mentre tutti coloro che nascono per mezzo di Cristo, sono giustificati e giusti, non in se stessi, ma in lui. Se tu domandi perché “in se stessi”, ti rispondo: perché appartengono ad Adamo; se domandi perché “in lui”, ti rispondo: perché appartengono a Cristo. Perché? Perché è lui il nostro capo, il Signore nostro Gesù Cristo, venuto sì sulla terra in carne mortale, non però con l’eredità del peccato.

[Morti in Adamo, risorgiamo in Cristo.]

13. La morte era la pena dei peccati; nel Signore essa fu un servizio di misericordia, non la pena del peccato. Il Signore infatti non aveva alcuna colpa che meritasse la morte. Egli dice: Ecco che viene il principe di questo mondo, e in me non trova nulla. Perché muori, dunque? Ma affinché tutti sappiano che io faccio la volontà di mio Padre, alzatevi, andiamo (Gv 14, 30-31). Egli non aveva alcun motivo per dover morire, ed è morto; e tu invece che questo motivo ce l’hai, rifiuteresti di morire? Accetta dunque di soffrire con animo sereno per i tuoi peccati ciò che egli si è degnato di soffrire per liberare te dalla morte eterna. Uomo l’uno, uomo l’altro; Adamo, però, soltanto un uomo; Cristo, Dio uomo. Quello è l’uomo del peccato, questo l’uomo della giustizia. Sei morto in Adamo, risorgi in Cristo; poiché ti sono riservate ambedue le cose. Già hai creduto in Cristo, paga però il debito ereditato da Adamo: il vincolo non ti terrà legato in eterno, perché la morte temporale del tuo Signore ha ucciso la tua morte eterna. Questa è grazia, o miei fratelli, e questa è anche la fedeltà: era stata promessa, infatti, e la promessa è stata mantenuta.

14. Questa grazia non esisteva sotto l’ Antico Testamento: la legge minacciava, non aiutava; comandava ma non guariva; scopriva ma non eliminava il male. Solo preparava ad accogliere il medico che sarebbe venuto, pieno di grazia e di verità. Era come quando il medico, che vuole curare qualcuno, manda prima un suo aiutante, perché gli faccia trovare legato l’ammalato. L’uomo, infatti, era malato, ma non voleva essere guarito, e si vantava d’essere in buona salute per non farsi curare. E’ stata mandata la legge, che lo ha legato; e l’uomo allora si è scoperto colpevole e ha cominciato a reagire. Viene il Signore e, per guarirlo, somministra all’uomo delle medicine talvolta amare e aspre; dice al malato: accetta, sopporta, non amare il mondo, porta pazienza, lasciati curare col fuoco della continenza, accetta per le tue ferite il ferro della persecuzione. Eri spaventato, benché tu fossi legato. Ed ecco che il Signore, lui che era libero e non era in alcun modo legato, ha bevuto per primo la medicina che porge a te; per primo egli ha sofferto per consolarti, come per dirti: ciò che tu temi di soffrire per te, lo soffro prima io per te. Questa è grazia, una grande grazia! Chi potrà degnamente celebrarla?

[Consideriamo l’umiltà di Cristo.]

15. Parlo dell’umiltà di Cristo, o miei fratelli. Che dire della maestà di Cristo, della sua divinità? Già non mi sento all’altezza di affrontare, sia pure in qualche modo, il tema dell’umiltà di Cristo. Lo affido totalmente alla vostra meditazione, non esaurisco il tema dinanzi a voi che mi ascoltate. Meditate sull’umiltà di Cristo. Mi direte: chi ce la spiegherà se tu non ce ne parli? Ve ne parli lui dentro di voi. Colui che abita dentro di voi, potrà parlarvene meglio di chi fa sentire la sua voce di fuori. Vi mostri lui la grazia della sua umiltà, lui che ha fissato la sua dimora nei vostri cuori. Che se già ci sentiamo mancare le forze nel tentativo di parlarvi della sua umiltà, chi si sentirà di parlare della sua maestà? Se già ci sgomenta il mistero del Verbo che si è fatto carne, chi si sentirà di affrontare il tema del Verbo che era in principio? Dunque, fratelli, appoggiatevi a questa solida verità.

16. Per mezzo di Mosè è stata data la legge, per mezzo di Gesù Cristo è stata fatta la grazia e la verità (Gv 1, 17). La legge è stata data per mezzo di un servo, e ci ha resi colpevoli; la grazia è stata concessa per mezzo del sovrano, ed ha liberato i colpevoli. La legge è stata data per mezzo di Mosè. Il servo non si attribuisca niente più di quanto per mezzo di lui è stato fatto. Scelto per un compito importante, come un servo di casa, fedele sì ma sempre servo, egli può agire secondo la legge, non può assolvere dai reati contro la legge. Dunque, per mezzo di Mosè è stata data la legge, per mezzo di Gesù Cristo è stata fatta la grazia e la verità.

17. Qualcuno potrebbe dire: la grazia e la verità non è stata fatta anche per mezzo di Mosè che ha visto Dio? L’evangelista subito aggiunge: Dio non l’ha mai veduto nessuno. E come fece allora Dio a rivelarsi a Mosè? Perché il Signore si manifestò al suo servo. Ma quale Signore? E’ Cristo stesso che prima inviò la legge per mezzo del suo servo, in attesa di venire personalmente con la grazia e la verità. E’ vero, Dio non lo ha mai veduto nessuno. Ma in che modo si manifestò al suo servo, adattandosi a lui? L’Unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1, 18). Che significa nel seno del Padre? Significa nel segreto del Padre. Dio, infatti, non ha un seno, una piega, quella che noi abbiamo sotto i nostri abiti; né si deve immaginare che egli si metta a sedere come noi, o che porti la cintura per cui la sua veste formi come un seno. Piuttosto, poiché il nostro seno è nascosto, per questo chiamiamo seno l’intimo segreto del Padre. Colui che conosce il Padre nel suo intimo segreto, è venuto a rivelarcelo. Infatti, Dio non lo ha mai veduto nessuno. Ma è venuto l’Unigenito stesso del Padre, e ci ha raccontato tutto ciò che ha visto. Che cosa vide Mosè? Mosè vide la nube (cf. Es 24, 15-18), vide l’angelo (cf. Es 14, 19), vide il fuoco (cf. Es 3, 2): sempre creature che rappresentavano, sì, il Signore, ma non lo rendevano presente. La legge infatti esplicitamente dice: Mosè parlava col Signore faccia a faccia, come un amico col suo amico. Eppure più avanti senti Mosè che dice: Se ho trovato grazia al tuo cospetto, mostrati a me apertamente, affinché ti veda. Sarebbe poco se lo avesse solo detto; ha ricevuto anche la risposta: Non puoi vedere la mia faccia (Es 33, 11 13 20). Chi parlava con Mosè, o miei fratelli, era un angelo raffigurante il Signore; e tutte quelle cose che furono compiute per mezzo dell’angelo, promettevano la grazia e la verità futura. Lo sanno coloro che scrutano attentamente la legge: e siccome è opportuno che anche noi ve ne diciamo qualcosa, non taceremo alla vostra Carità quanto il Signore vorrà rivelarci.

[La sapienza di Dio è occulta.]

18. Tenete dunque presente che tutte le cose che furono viste corporalmente, non erano l’essenza divina. Quelle cose, infatti, si vedono con gli occhi del corpo, ma l’essenza divina come si può vedere? Chiediamolo al Vangelo: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Ci sono stati degli uomini, i quali ingannati dalla vuotaggine del loro cuore, dicevano: il Padre è invisibile, ma il Figlio è visibile. Se ci si riferisce alla carne che egli assunse, d’accordo. Tra quelli infatti che videro la carne di Cristo, alcuni credettero, altri lo crocifissero: e quelli stessi che avevano creduto, davanti alla crocifissione dubitarono; e non avrebbero ripreso a credere se, dopo la risurrezione, non avessero potuto palpare la carne di Cristo. Se quindi si vuol dire che il Figlio fu visibile per via della carne, siamo d’accordo anche noi, ed è fede cattolica. Ma se si pretende affermare – come quelli fanno – che egli era visibile prima della sua incarnazione, allora è un vero assurdo e un grossolano errore. Quelle cose visibili furono compiute corporalmente per mezzo di creature, per mostrare in esse una figura profetica, non per indicare o rivelare l’essenza stessa di Dio. La vostra Carità tenga conto di questa semplice osservazione: la Sapienza di Dio non può essere vista con gli occhi. Ora, o fratelli, se Cristo è la Sapienza e la Potenza di Dio (cf. 1 Cor 1, 24), se Cristo è il Verbo di Dio, e la parola di un uomo non può essere vista con gli occhi, potrebbe esserlo il Verbo di Dio?

19. Allontanate dunque dai vostri cuori ogni pensiero carnale, affinché davvero possiate essere sotto la grazia, e appartenere al Nuovo Testamento. Per questo la vita eterna è promessa nel Nuovo Testamento. Leggete l’Antico Testamento e vedrete che Dio prescriveva a quel popolo, ancora carnale, gli stessi precetti che ha dato a noi. Anche a noi, infatti, è comandato di adorare un Dio solo (cf. Es 20, 3); anche a noi è comandato di non proferire invano il nome del Signore (Es 20, 7), e questo è il secondo comandamento. Osserva il sabato (Dt 5, 12; cf. Ex 20, 10), è ancor più comandato a noi: perché ci viene prescritto di osservarlo spiritualmente. I Giudei infatti osservano il sabato soltanto materialmente, abbandonandosi alla lussuria e all’ebbrezza. Le loro donne avrebbero fatto meglio a lavorare la lana anche in quel giorno, piuttosto che danzare sulle terrazze. Certo, fratelli, non diremo che costoro osservassero il sabato. E’ invece in senso spirituale che il cristiano osserva il sabato, astenendosi dalle opere servili. Che significa astenersi dalle opere servili? Significa astenersi dal peccato. E come dimostreremo ciò? Ascoltiamo il Signore: Chi fa il peccato, è schiavo del peccato (Gv 8, 34). Sicché a noi viene prescritta l’osservanza spirituale del sabato. Ed ecco tutti gli altri precetti che ancor più a noi vengono prescritti, e che dobbiamo osservare: Non uccidere; non fornicare; non rubare; non dire falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre; non desiderare la roba del tuo prossimo, non desiderare la donna del tuo prossimo (Es 20, 12-17; Deut 5, 16-21). Non vengono forse prescritte anche a noi tutte queste cose? Ma se cerchi quale sia la ricompensa promessa ai Giudei, troverai scritto: Voi inseguirete i vostri nemici, ed entrerete in possesso della terra che Dio ha promesso ai vostri padri (cf. Lv 26, 1-13). Quelli erano incapaci di intendere le realtà invisibili, e allora Dio li teneva legati a sé con dei beni visibili. Perché li teneva legati a sé? Perché non si perdessero del tutto, abbandonandosi alla idolatria. E questo lo han fatto, fratelli miei (ed è documentato), dimentichi di tutti i prodigi che Dio aveva compiuto sotto i loro occhi. Il mare fu diviso in due, fu aperto un cammino in mezzo ai flutti; i nemici che li inseguivano furono travolti dalle stesse acque in mezzo alle quali loro erano passati (cf. Es 14, 21-31). Ma, non appena quell’uomo di Dio che era Mosè si fu allontanato dalla loro vista, chiesero un idolo dicendo: Facci un dio che cammini dinanzi a noi, perché quell’uomo ci ha abbandonati (Es 32, 1). Dunque, tutta la loro speranza era riposta in un uomo, non in Dio. Ammettiamo che quell’uomo fosse morto, era morto forse anche Dio che li aveva tratti fuori dalla terra d’Egitto? E non appena si furon fatti una figura di vitello, lo adorarono esclamando: Questo, o Israele, è il tuo dio, che ti ha liberato dalla terra d’Egitto (Es 32, 4). Come avevano dimenticato presto una grazia così segnalata! Ora, un popolo siffatto, in quale altro modo Dio poteva tenerlo legato a sé, se non con promesse materiali?

20. I comandamenti che a noi sono stati dati, sono gli stessi contenuti nel decalogo della legge; ma le promesse che ci vengono fatte sono diverse. Che cosa viene promesso a noi? La vita eterna. Ora la vita eterna è questa: che conoscano te, solo vero Dio, e colui che hai mandato: Gesù Cristo (Gv 17, 3). Ci viene promessa la conoscenza di Dio: questa è grazia su grazia. Fratelli, noi ora crediamo, non vediamo ancora; la ricompensa di questa fede sarà vedere ciò che crediamo. Questo i profeti lo sapevano, ma prima che Cristo venisse era occulto. In un salmo ecco cosa dice, sospirando, uno che amava Dio sinceramente: Una cosa sola ho chiesto al Signore, questa richiederò. E volete sapere cosa chiede? Forse una terra in cui scorrono latte e miele in senso materiale? (in senso spirituale una tale terra è da chiedersi e da cercare). Oppure chiedeva la sconfitta dei suoi avversari, o la morte dei suoi nemici, o la potenza e i beni di questo mondo? Arde d’amore, sospira intensamente, brucia e anela. Ma vediamo cosa chiede: Una cosa sola ho chiesto al Signore, questa richiederò. Che cosa richiede? Di poter abitare – dice – nella casa del Signore per tutti i giorni di mia vita. E se abiterai nella casa del Signore, che cosa formerà la tua gioia? Per contemplare – dice – il gaudio che dà il Signore (Sal 26, 4).

[Sarai sempre sazio e non sarai mai sazio.]

21. Fratelli miei, per qual motivo applaudite? Donde nasce la vostra gioia, il vostro amore, se non dalla scintilla di questa carità che è in voi? Ditemi, cos’è che voi desiderate? E’ cosa che si può vedere, che si può toccare? E’ una bellezza che appaga l’occhio? Forse che non amiamo appassionatamente i martiri, e quando li commemoriamo non ci sentiamo accendere d’amore? Ditemi, o fratelli, che cosa amiamo in loro? Forse le membra dilaniate dalle belve? Non c’è niente di più orribile se guardiamo con gli occhi della carne, ma non c’è niente di più bello se guardiamo con gli occhi del cuore! Come apparirebbe ai vostri occhi un adolescente bellissimo, ma ladro? I vostri occhi proverebbero orrore. Ciò significa forse che gli occhi della carne inorridiscono? Se vi limitate al loro giudizio, non c’è niente di più armonioso, di più grazioso di quel corpo: le membra ben proporzionate, il colorito sano formano la gioia degli occhi. E tuttavia, non appena sentite dire che quello è un ladro, il vostro animo rifugge da lui. Al contrario, vedi un vecchio cadente, che si appoggia al bastone. che si muove a stento, che ha il volto tutto solcato di rughe: che cosa trovi in lui che possa dilettare i tuoi occhi? Se però senti dire che è un uomo giusto, subito gli vuoi bene e ti senti attratto verso di lui. Tali sono, fratelli miei, i beni che ci sono stati promessi. Cose siffatte dovete amare, a un regno siffatto aspirare, e di una patria siffatta dovete sentire il desiderio, se volete ottenere ciò che nostro Signore ci ha recato, la grazia e la verità. Se invece aspetti da Dio beni materiali, vuol dire che sei ancora sotto la legge, e perciò non potrai neppure compiere la legge. Quando vedi, infatti, che di questi beni materiali abbondano gli uomini che offendono Dio, i tuoi passi vacillano e dici a te stesso: Ecco, io onoro Dio, corro in chiesa tutti i giorni, le mie ginocchia si son consumate a forza di pregare, e sempre mi va male; ci sono invece di quelli che uccidono e rubano, e vivono contenti nell’abbondanza e tutto per loro riesce bene. Erano dunque queste le cose che ti aspettavi da Dio? Certamente avevi di mira la grazia. E allora se Dio ti ha dato la grazia, poiché il suo dono è gratuito, amalo gratuitamente. Guardati dall’amare Dio in vista del premio: egli stesso sia il tuo premio. Il tuo cuore ripeta: Una sola cosa ho chiesto al Signore, questa richiederò: abitare nella casa del Signore per tutti i giorni di mia vita, per contemplare la beatitudine del Signore (Sal 26, 4). Non temere di averti a stancare: tale sarà il godimento di quella bellezza, che sempre sarà dinanzi a te e mai te ne sazierai; o meglio, ti sazierai sempre e non ti sazierai mai. Se dicessi: non ti sazierai mai, potresti pensare che patirai la fame; se dicessi: ti sazierai, potresti pensare che finirai per annoiarti. Non so come esprimermi: non ci sarà noia e non ci sarà fame; ma Dio ha di che offrire a coloro che non riescono ad esprimersi, e tuttavia credono a quello che da lui possono ricevere.

fonte: http://www.augustinus.it/index.htm