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S. Maria in Varano

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Era l’anno 1450 quando la chiesa di S.Maria in Varano e il Convento abitato dai Francescani – Osservanti minori furono edifi cati. Lo storico recanatese don Cesare Fini con una accurata e approfondita ricerca ci dà la possibilità di conoscere le vicende dei suddetti edifici durante i secoli median te questa pubblicazione: mentre lo ringraziamo, gli auguriamo ancora tanti anni di vita.
Ringraziamento anche per don Luigi Varinelli per le notizie attinte dalle sue pubblica zioni per la compilazione di questo opuscolo.

S. Maria in Varano
La piccola chiesa con il titolo mariano esisteva in tempi as sai remoti, sebbene non nello stesso posto, essendo la costru zione primitiva sotto la strada. L’inizio si perde verso il mille al pari della pieve di S. Vito, a cui poi apparteneva, e della chiesa di S. Maria de Recanato.
L’indicazione Varano è nome di origine romana, derivata dal nome del proprietario. Infatti “fonte di Varano”, “pia no di Varano”, “contrada Varano”, “Borgo Varano”, “Pintura di Varano”, “S. Maria di Varano” si riferiscono allo stesso pro prietario del luogo.
S. Maria di Varano si trova scritta la prima volta nel 1228, quando fu fondato il monastero di S. Nicolò fuori Porta Mari na, non lontano da questa chiesa. Il luogo era già abitato da penitenti, eremiti sorti nel territorio di Recanati fin dai pri mi tempi del medioevo. Nel 1228 abitante presso la chiesa vi era l’eremita Filippo, appellato col nome stesso del luogo, “Filippo da Varano”, vissuto santamente. S. Maria di Varano figura nella bolla di Innocenze IV del 22 marzo 1249 tra le chiese soggette al vescovo di Recanati. Da allora si presenta come chiesa deve avere avuto i suoi priori ed essere ufficiata, chiudendo il suo perio­do di eremitaggio e la presenza dei penitenti.
L’antico e primitivo eremo torna ad essere abitazione di re­ligiosi, pur officiando la chiesa ed assistendo coloro che la frequentano. Un avvenimento religioso era svolto sul colle di fronte a Recanati, verso il mare da oltre un secolo. Una ve­nerata cappella, ritenuta casa della Madonna, diveniva sem­pre più meta di crescenti pellegrinaggi. S. Maria di Varano, sulla strada tra Recanati e quel centro di devozione, assurto in pochi decenni a Villa S. Maria de Laureto, da luogo solitario era dive­nuto di passaggio e di sosta.

Convento Francescano S. Giacomo della Marca

S. Giacomo da Monteprandone (Ascoli P.) (1393-1476), detto della Marca per essere stato il grande apostolo e santo della regione, non meno che dell’Europa, percorreva le nostre contrade e città quale predicatore, apostolo di pace e riformatore dei costumi. Inviato dalle autorità civili e reli­giose, venne a Recanati molte volte dal giugno 1427 al 1467. La sua predicazione nella chiesa di S. Maria di Piazza gestita dai Silvestrini faceva accorrere tanto popolo, anche dai paesi vi­cini. Per cui nel 1450 gli si dovette concedere, per la prima volta e solo per lui, di predicare in foro, ossia sulla piazza per essere ascoltato dall’intera folla.
S. Giacomo volle un grande bene a Recanati, venendoci spesso e soggiornandovi con grande profitto per la città, e venne riamato con tanto affetto, beneficato e venerato, anche nei suoi confratelli, dalle autorità e da tutto il popolo. Verso il 1440, benché non poche fossero le comunità religiose esi­stenti in città, i recanatesi desiderarono grandemente di avere residenti i frati francescani Minori Osservanti, così detti per il più austero rigore nel seguire la regola dell’ordi­ne fondato da S. Francesco d’Assisi. Volevano cioè i confra­telli di S. Giacomo un convento per ospitarlo, per averlo più spesso e più a lungo con loro. L’attuazione non fu difficile, dato che il Vicario Generale degli osservanti, S. Giovanni da Capistrano, altro predicatore, apostolo e riformatore, il vinci­tore dei Turchi, aveva avuto incarico da Eugenio IV (1431-1447) di erigere in Italia sei nuovi conventi. Il vescovo Nicolò delle Aste, sempre pronto a largo di incoraggiamento e di of­ferte per opere di bene, presentò il disegno di S. Giacomo, che lo accettò ben volentieri con qualche modifica per l’au­stera vita religiosa claustrale.
Il 29 maggio 1447 S. Giovanni da Capistrano delegò fra Cristoforo da Recanati quale suo procuratore a trovare il luogo per costruire il convento. Questi invece del colle Monsacino scelse S. Maria di Varano, luogo di chiese e monasteri, solitario e salubre, in bella posizione con incantevole visuale. La chiesa venne resa libera, trasportando il beneficio di S. Caterina a S. Vito e col consenso del vescovo Nicolò delle Aste (1439-1469), dei canonici e del clero i procuratori dei frati Minori dell’Osservanza presero possesso della chiesa e di un campo attiguo. Il 17 agosto si accordarono fra Cristoforo e le sorelle per i beni del padre Andrea di Matteo, notaio recanatese, e mediante il vescovo l’eredità del religioso andò per la fabbrica del convento di S. Maria di Varano.

Costruzione della Chiesa

II 9 ottobre 1449 Antonio Magini dei Vulpiani lasciò tutti i suoi beni alla confraternita di S. Lucia, non potendo possedere i religiosi Osservanti per il voto di povertà, al fine di aiu­tare la costruzione del loro convento. Terminate in breve le pratiche, la fabbrica ebbe inizio e il sacro edificio terminò nel 1450, conservando la denominazione antica di S. Maria di Varano.
Fondatore del convento è sempre ritenuto il vescovo e della munificenza di Nicolo delle Aste fa fede l’iscrizione scolpita sulla piccola lastra di marmo a caratteri gotici e contenuta su quattro righe sulla facciata della chiesa:
RDUS PR DUS NICOLAUS DE FOR
LIVIO EPS RACANATEN ET MA
CERATEN FECIT FIERI ISTUM LOCUM
AD LAUDEM DEI MCCCCL
“II Rev. Padre Nicolò delle Aste da Forlì vescovo di Recana­ti e Macerata fece fare questo luogo a lode di Dio. MCCCCL”.
Il convento di S. Maria di Varano era di buona e comoda abitazione per la vita claustrale dei religiosi di rigida osservanza. Aveva due cortili, uno più piccolo con la cisterna detta di san Giacomo, l’altro più spazioso con il suo chiostro. Era provveduto di due grandi orti per gli ortag­gi e tutti due cinti di mura. Una buona selva e un giardino lo ornavano. Vi dimorarono di famiglia anche 20 religiosi, es-sendovi la cattedra di sacra teologia e filosofia, di diritto ca­nonico e di storia ecclesiastica con il 1850.
L’anno stesso dell’inaugurazione nove religiosi vennero ad abitarlo, a viverci di famiglia con il superiore padre guardia­no e ad ufficiare la chiesa. Tra questi confratelli vi fu il pa­dre Lorenzo della Sicilia, il celebre oratore di quel tempo, co­lui che fece porre ai recanatesi il santissimo nome del Salva­tore sulla porta della città. Il vescovo con le sue premure vol­le assicurare il loro sostentamento, dato che i religiosi erano di grande povertà, nulla possedevano. Donò 5 piccole case, un orto e un campicello alla confraternita di S. Lucia, col patto di affittare tutto in perpetuo e col ricavato provvedere ai religiosi il vitto e dividere il rimanente tra i poveri dei suoi ospedali e in altre opere di bene.
Alle stesse condizioni del vescovo la confraternita ebbe da alcuni privati altre due case e così con l’aiuto dei benefattori la novella fami­glia francescana ebbe di che vivere. Il 2 febbraio 1452, appena completato il convento, questa comunità ospitò alcuni confratelli dei con­venti dell’osservanza.
Ogni tre anni i religiosi hanno una convocazione chiamata Capitolo Provinciale e nel convento di S. Maria di Varano fu ben presto tenuto questo Capitolo con la partecipazione di molti importanti religiosi. Secondo la tradizione anche S. Giovanni da Capistrano, Vicario Generale dei frati Osser­vanti, e S. Giacomo della Marca vi hanno partecipato. Della presenza di S. Giacomo abbiamo una certezza nel convento con la data del 22 giugno 1452. Egli volle assicurare il con­vento dell’approvvigionamento idrico. Chiese l’aiuto alla città per costruire una cisterna e appena terminata provvide miracolosamente l’acqua sul colle, tanto preziosa e abbon­dante, che mai è venuta a mancare ed è ancora usata con ab­bondanza.
Il grande benefattore, il vescovo delle Aste volle provvedere ai religiosi Osservanti una biblioteca il 3 dicembre 1459, composta di 50 codici scritti a mano. Ordinò che fossero con­servati, diversamente dovevano essere riportati, consegnan­doli al capitolo dei canonici. Morto il vescovo, neppure un codice è stato ritrovato.
Il convento fu costruito di certo presso la chiesa antica, “ri­ducendola e probabilmente rinnovandola del tutto”. Il 22 aprile 1459 la città donò 100 ducati per la fabbrica della chiesa e fu trasformata, ebbe il coro dietro l’altare con i sedi­li molto comodi e capaci per la preghiera e l’ufficio divino dei religiosi, la sagrestia con gli armadi, le sei cappelle laterali, l’organo, il portico avanti la chiesa con pilastri e archi a vol­ta, come a S. Francesco, S. Lucia, S. Maria delle Grazie. Sot­to il portico stava quindi la lastra di Aste. Accanto a questa lastra vi era, pure di marmo, lo stem­ma dell’illustre vescovo, che ora si trova nello scalone di Ca­sa Leopardi. Il sindaco apostolico del convento Monaldo Leo­pardi nel 1810 lo trovò giacente tra le macerie di scarto e tra i rottami presso il convento.
Il 27 dicembre 1468 S. Giacomo della Marca era nel convento nuovo a Recanati e vi soggiornò con la fredda stagione, doven­do poi andare a predicare la quaresima del 1467 in Ancona. Il 5 ottobre 1469 moriva a Recanati il grande vescovo Ni­colò delle Aste e nel testamento lasciava alla confraternita di S. Lucia 117 luoghi di monte, che erano allora titoli del debi­to pubblico, a bene dei poveri, degli orfani, degli ammalati e dei frati Osservanti del convento di S. Maria di Varano. Ad essi doveva provvedere nel tempo della fiera, quindi ogni an­no, due tuniche di “panni gatinelli”, quelli ordinari prodotti a Recanati, e alcuni alimenti per tutto l’anno, oltre 50 bologni-ni mensili per elemosina.
Il benefico vescovo non pretese, quale compenso per la sua anima, se non la recita dell’ufficio dei defunti per un anno da parte dei religiosi francescani. Ma essi, grati e riconoscenti, celebrarono di continuo molte sante messe, specie nel giorno anniversario. Questo convento e il fondatore Nicolò delle Aste sono ricordati nelle cronache francescane, prima che in quelle recanatesi. A S. Maria di Varano sostava il vescovo novello, vi veniva ricevuto dal capitolo diocesano e da tutte le autorità. Quindi partiva il solenne corteo verso la città, entrava a porta Montemorello per percorrere tutte le vie principali e raggiungere la cattedrale per la presa di possesso della diocesi.
La comunità francescana di S. Maria di Varano viveva nel silenzio e nella preghiera, in povertà e semplicità, fra la pace della campagna e l’incanto della natura viva che cresceva al­l’intorno, lontano dalla città e dai suoi rumori. Era amata e ricercata dalla popolazione, che si recava come un rifugio a ricevere una benedizione e una parola di conforto da questi esemplari figli di S. Francesco. Soprattutto in certe ricorren­ze dell’anno, quaresima, periodo pasquale, feste della Ma­donna di S. Francesco, i buoni recanatesi, attratti dalla devo­zione a questo sito, vi si conducevano a rinnovarsi nello spi­rito e, riacquistata la pace dell’anima, ritornarsene con tanta edificazione e incitamento. Per questo compito li vollero presso la città.
Come erano venerati, così erano anche ricercati i religiosi dell’Osservanza di Recanati. Sisto IV (1471-1484) nel 1476 ordinò che le elemosine elargite dai fedeli alla Madonna di Loreto, per sicurezza, si dovevano porre in una cassa con tre chiavi, da tenersi una dal governatore di Loreto, la seconda dai deputati della comunità di Recanati e l’altra dal padre guardiano del convento di S. Maria di Varano. Senza la sua presenza non si poteva estrarre dalla cassa alcun denaro. A Loreto nel 1469 era iniziata dal vescovo Nicolo delle Aste la splendida basilica intorno alla Santa Casa e lo stesso Sisto IV nel 1476, perché l’opera progredisse bene e sollecita, volle e ordinò che vi presidiassero sei valenti persone, due religio­si, il guardiano e un confratello del convento di S. Maria di Varano, due canonici e due cittadini recanatesi, insieme con il governatore di Loreto. Erano stimati e amati i frati del­l’Osservanza di Recanati.

Cappella di San Diego

Le sei cappelle della chiesa nel 1500 ebbero la sistemazio­ne, l’abbellimento con la propria famiglia nobile ed il santo titolare. A destra di chi entra la prima è dedicata al SS. Cro­cifisso ed era della famiglia Lepretti, la seconda a S. Diego, della famiglia Zappata-Calcagni, la terza dell’Annunziata, della famiglia Massucci. A sinistra la prima era dedicata a S. Francesco d’Assisi e a S. Pietro d’Alcantara e apparteneva alla famiglia Melchiorri, la seconda a S. Giacomo della Mar­ca e alla famiglia Antici, la terza a S. Antonio da Padova e alla famiglia Leopardi, secondo gli Annali del 1505. Delle sei cappelle la sola importante è la terza di destra, tanto per gli ornamenti a stucco, che per gli affreschi del 1500. Fu fatta eseguire da Diego Zappata, cavaliere messinese. Avendo avu­to come tutore il recanatese Bonamici, venne a Recanati e si fece costruire questa cappella in onore di S. Diego d’Alcalà, spagnolo e francescano morto nel 1463. Per la parentela del­la famiglia Calcagni con la famiglia Bonamici, la vedova di Diego Zappata donò questa cappella al Calcagni. Ora è stata restaurata con grande cura e impegno, al fine di salvare gli affreschi di ignoto autore.
CAPPELLA RESTAURATA
IN MEMORIA
DELLA FAMIGLIA CALAMANTI
1994
In questa chiesa e nel convento dopo il primo Capitolo Provinciale del 2 febbraio 1452, ne sono stati celebrati altri tre precisamente quello del 7 maggio 1522, del quale parla­no gli Annali comunali. Come il comune pensava ad ogni spesa quando S Giacomo soggiornava nel convento, perché egli contribuiva alla pace cittadina e famigliare, così al tem­po di questi Capitoli Provinciali elargiva per tanti religiosi razioni di vitto. Ma anche il ministero, l’apostolato e tutte le opere di bene procuravano loro aiuti e ricompense, perché anche il convento di S. Maria di Varano era “come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi”. La confraternita di S. Lucia ogni anno dava lo­ro 36 scudi per l’ufficiatura della chiesa e le messe. Le mona­che di S. Stefano, che erano dirette nella vita spirituale da questi padri, ricompensavano con 42 scudi l’anno. La provvi­denza e la carità non sono venute mai meno.
Nel 1627 il comune commissionò la rappresentazione in bronzo della Traslazione della santa Casa al concittadino Pier Paolo Jacometti (1590-1648), progettista, architetto e pittore. Il 10 dicembre 1638 la magnifica opera d’arte e di fede fu posta sul prospetto del palazzo comunale con una grande festa e con una recita straordinarissima e solenne dei giovani recanatesi. Si rappresentò il dramma musicale “La guerra in feste” su un teatro di legno sulla pubblica piaz­za, denominata da allora fino al 1898 “Piazza della Madon­na”. I religiosi del convento di S. Maria di Varano ogni saba­to sera si portavano nella piazza avanti l’immagine della Madonna “in bronzo” a cantare le litanie. La città gli dava per elemosina ogni anno 18 scudi.
Nel 1872 il bassorilievo della Traslazione della santa Ca­sa fu trasferito sotto l’orologio della torre di piazza.
La scritta in latino è tradotta:
Alla Vergine Loretana
Che la sua Casa nel territorio recanatese
volle fermata
il Senato e il Popolo
memori di tanto beneficio
questa opera in bronzo
posero di Nazaret.
Con il 1700 la chiesa ebbe una nuova trasformazione nella facciata, nel soffitto a travatura e intorno all’altare maggio­re. Fu costruita la cantoria in fondo alla chiesa con il grande organo di Vincenzo Fedeli nel 1720. Con la struttura sette­centesca è rimasta e si presenta attualmente bella e grande, officiata e custodita con grande cura.Le vicende storiche italiane hanno coinvolto anche la chie­sa di S. Maria di Varano con il convento.
Soppressione Napoleonica

Con la soppressione napoleonica la chiesa e il convento di S. Maria di Varano,tutto il complesso regolare, il 5 giugno 1810 furono aboliti, revocati. Era la solennità di Pentecoste in quell’anno e la comunità francescana fu sciolta; addolora­ta e piangente dovette deporre l’abito religioso e lasciare il sacro luogo tanto amato e desiderato. Il convento veniva chiuso e dispersa la famiglia di S. Francesco, per cui ognuno si ridusse a vivere nei domicili privati. Solo il superiore potè rimanere nel convento, ma non vestito da religioso, con abito da prete, quale custode della chiesa rimasta aperta al culto e quindi ad officiarla.
Fortunatamente la soppressione napoleonica terminò ben presto con la caduta dello stesso Napoleone nel 1813. Torna­to Pio VII (1800-1823) dalla prigionia di Fontainebleau in Francia dopo cinque anni (1809-1814) al possesso dei suoi Stati, egli dispose subito il ripristino degli ordini e congrega­zioni religiose con la restituzione dei conventi o istituti non venduti. Quindi il rientro nel più breve tempo possibile dei regolari dispersi nel proprio convento, monastero o casa reli­giosa, come il ricostruirsi delle fraternite ugualmente sciolte, il convento di S. Maria di Varano fu così riaperto nell’anno 1816-1817, ricomponendo nel frattempo la comunità religio­sa, tutta la famiglia osservante. La chiesa e la vita poterono riprendere il loro ritmo, il servizio, la frequenza, le devozioni, l’ufficio divino come se nulla fosse avvenuto. La popolazione rivide così i suoi cari e amati frati, i quali con immensa gioia e indescrivibile commozione rivestirono l’abito religioso.
La prima soppressione fu di stranieri e rivoluzionari, qua­li erano i giacobini. Il loro settarismo venne ripetuto da ita­liani in nome della piena libertà e della convivenza pacifica con l’Unità d’Italia. Nel 1855 Camillo Benso di Cavour, mini­stro e presidente del Consiglio, artefice dell’Unità d’Italia, propose la riduzione del numero degli Ordini religiosi con la restituzione dello stato civile per i religiosi e l’incameramen­to dei loro beni. La formazione del nuovo stato italiano richiedeva ingenti capitali, patrimoni, possedimenti, fabbricati, beni di ogni sor­ta. Per far fronte alle immediate esigenze di questo organi­smo si fecero perciò le leggi eversive per l’incameramento di tali beni con la soppressione delle corporazioni religiose. Queste leggi venivano estese alle regioni appena proclamata l’annessione al Regno d’Italia.
Con la battaglia di Castelfidardo, a seguito di quel 18 set­tembre 1860, con il decreto del 3 gennaio 1861, n. 705, emes­so dal regio Commissario generale straordinario Lorenzo Va­lerio, anche in questo territorio pontificio si ebbe la soppres­sione di ordini religiosi ed il possesso dei loro fabbricati e be­ni da parte del nuovo governo. Il decreto 3 gennaio 1861 am­metteva che fossero esentati dalla soppressione, oltre alle as­sociazioni preposte al pubblico bene sia materiale e caritati­vo, sia educativo e culturale, anche altri conventi e chiese.
Si doveva fare una indagine per esentare dalla legge gene­rale e tener conto delle necessità della popolazione o dei sentimenti che essa nutriva verso i religiosi, del culto, della pub­blica istruzione da essi esercitati, ed anche delle benemeren­ze che si erano acquistate certe corporazioni del paese.
La città di Recanati con le sue autorità, tutta la popolazio­ne voleva un grande bene ai religiosi Osservanti di S. Maria di Varano, li amava e li stimava per il bene pubblico che esercitavano religioso e caritativo.
Erano benemeriti verso la cittadinanza e ad essa graditis­simi. Si intervenne perciò presso il regio intendente della provincia di Macerata per esentare dalla soppressione e con­servare nella città questo convento con la comunità religio­sa. Si fece tutto il possibile per l’attaccamento della cittadi­nanza ai religiosi e al luogo di culto da essi tenuto. E si ot­tenne il favore.
Con la stessa legge di soppressione i fabbricati e i terreni degli enti e istituti religiosi passati al demanio venivano ce­duti, con l’obbligo della manutenzione, ai comuni e alle pro­vince per il bisogno e l’uso di asili infantili, scuole, ospedali, ricoveri, cimiteri e di altre opere di beneficenza e di pubblica utilità. Così la comunità francescana fu risparmiata dalla soppressione italica nel 1861, si ottenne con la supplica la sua permanenza a Recanati, mentre la chiesa, il convento e gli orti di S. Maria di Varano passarono in proprietà al comu­ne, restando ad abitarvi quei religiosi. Il convento di Varano rimase aperto anche per la necessità di dare alloggio a tanti religiosi francescani, mancando nella stessa Recanati abita­zioni per loro.
Divenne un concentramento di frati, tanto che il sindaco di Recanati si rifiutava di accettare altri religiosi nel conven­to cittadino dei Minori Osservanti “per ragioni politiche ed economiche di questua”.
Dall’elenco delle corporazioni religiose maschili presenti in quel tempo a Recanati veniamo a conoscere che vi erano 25 sacerdoti e 7 laici.
Era un convento ben grande.

Inizio del Civico Cimitero
Con l’editto del 16 marzo 1791 emesso da Saint Cloud Napoleo­ne aveva proibito le sepolture nelle chiese e istituiti i cimite­ri alle dipendenze dell’autorità comunale. Estesosi questo provvedimento presso tutti i popoli civili, dopo l’Unità d’Ita­lia sorsero i cimiteri lontani dall’abitato, in luogo appartato anche in Italia. Dovendo Recanati provvedere a questa esi­genza, nel 1872 l’orto del convento di S. Maria di Varano, di sua proprietà con la soppressione, fu convertito in pubblico cimitero. Un lato del chiostro meno antico, ove erano nelle lunette alcuni affreschi, è divenuto luogo di tombe, gli altri due sono stati demoliti e il materiale fu anch’esso adoperato per i fondamenti del palazzo comunale.
Aumentando sempre più le sepolture sotto le finestre del convento e mancando ai religiosi una certa libertà, dopo va­rie peripezie i superiori della provincia riformata nel 1902 chiusero definitivamente il convento, divenuto abitazione del custode del cimitero. Resta a perenne ricordo la cisterna fat­tavi costruire da S. Giacomo della Marca con l’acqua prodi­giosa nel piccolo antico chiostro, e la statua del santo luogo le scale dell’ex convento. Ma soprattutto rimane a ricordo dei santi religiosi il luogo della loro preghiera, della quotidiana salmodia, delle solenni celebrazioni, la chiesa bella e grande, ben conservata, curata in ogni parte con tanto amore, ordi­nata liturgicamente e arredata, ufficiata e sempre frequen­tata.
L’ultimo francescano degli Osservanti Minori a lasciare il convento fu Padre Francesco Zucca (1902). Poi il comune d’intesa con la curia vescovile ha nominato dei Cappellani del civico cimitero:
Don Alessandro Magnaterra 1918-1953
Don Luigi Varinelli 1953-1980
Don Mario Castagnari 1980 fino ai nostri giorni.

Opere d’arte della Chiesa
Non menzionate precedentemente vi sono nella chiesa queste opere d’arte.
In ottime cornici vi sono ai lati del Presbiterio due quadri del Fanelli raffiguranti: S. Pasquale Bailon e S. Giovanni da Capistrano.
Presso l’ingresso laterale della chiesa vi sono due quadri: S. Pier d’Alcantara e S. Francesco in gloria.
Magnifico il coro come pure gli armadi di Sagrestia: tutti in noce finemente lavorati, del secolo XVIII; sopra il coro vi sono due quadri: l’ultima cena e la visione della Porziuncola mentre nella Cappella del Sacramento si trova l’urna delle reliquie di S. Abbondanzio (1742).
Il porticato antistante, caratteristica delle chiese france­scane – vedi chiesa dei Cappuccini a Montemorello – fu incor­porato alla chiesa nello scorso secolo.
Importante in questa chiesa è la tomba della famiglia Leopardi ove furono sepolti, come dimostrano le lapidi delle pareti, i familiari del poeta, genitori Monaldo, Adelaide, i fra­telli Paolina, Pietro e le parentele acquisite. In questa chiesa fu sepolta la Nerina delle Ricordanze, data di morte 3 no­vembre 1827, e pare anche Lorenzo Lotto: una grande pietra di marmo con lo stemma della famiglia Leopardi ricopre l’imboccatura davanti al presbiterio.
Vicino alla porta laterale vi è la lapide funeraria di Vincen­zo Parpaglia abate, Nunzio Apostolico presso l’Inghilterra.

Lavori eseguiti nel 1983:
Rifacimento della facciata. Tinteggiatura della chiesa. Restauro della Cappella S. Diego. Impianto di riscaldamento a metano. Restauro torre campanaria. Elettrificazione delle campane. Amplificazione.
Restauro dell’organo costruito da Venanzio Fedeli nel 1720 e installato in questa chiesa nel 1920, proveniente dal Mo­nastero delle Clarisse di Castelnuovo. Restauro delle lunette del chiostro raffiguranti la vita di S. Antonio. Banchi in legno mogano.

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