Più ancora che umanamente, sento il bisogno del silenzio professionalmente: i filosofi hanno in esso la fonte stessa del loro essere. 

È la necessità dell’epoche, del ritiro, della rinuncia agli investimenti rispetto al mondo, che significa anche ritiro dalle risposte già date. Per me anche il treno è un “luogo” del silenzio: il rumore esterno non mi disturba, mi avvolge come la notte.

Noi del mondo vediamo poco: solo quello che ci serve, la superficie di presa.

Dunque, la rinuncia a prendere è presupposto per riuscire a osservare e vivere le cose e le persone. In fondo, la prima condizione per conoscere è un noli me tangere, non toccare.

Fare e acquisire sono molto legati: siamo come l’omino di Charlot che continua a muoversi come se fosse alla catena di montaggio. Il fordismo è finito, l’industria non c’è più, ma viviamo come alla catena.

Questa mancanza di pause mette ansia, oltre che miopia.

Roberta De Monticelli, filosofa

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