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Nell’Ecclesia né ricchi e né poveri

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di Padre Aldo Bergamaschi

25 settembre 2016
Omelia pronunciata il 25 settembre 1983

 

Vi confesso che più studio questa parabola e più mi trovo in difficoltà, perché si ha l’impressione che questo discorso sia di un semplicismo colossale, forse perché è l’unica volta in cui nel Vangelo si prende una posizione così netta. Questi sono i buoni, questi i cattivi, finalmente lo vediamo in faccia, questo è un cattivo questo è un buono. Finalmente viene soddisfatta la nostra sete di vendetta, questo è all’inferno e questo in paradiso. La letteratura di tutte le dittature politiche contiene episodi di questo genere. Purtroppo tutta la storia della Chiesa naviga strisciando attorno alla interpretazione di questa parabola che ha fatto perdere la testa a molti esegeti.In fondo Gesù, vuole presentare uno spaccato di un mondo che non deve più esistere, dove esistono dei suoi discepoli. Se proprio vogliamo pronunciarci su questo vecchio mondo e se proprio devo dare un giudizio, perché sappiate dove sono i buoni e dove i cattivi, ma con alcune riserve, perché non posso accettare che sia fatta la celebrazione della povertà storica di Lazzaro, tanto per intenderci. Perché, appena la nostra interpretazione assolutizza il fatto, e non lo considera come un racconto di un vecchio mondo che deve sparire, laddove si costituisce la Chiesa con i discepoli di Gesù appunto, si rischia di non capirci più nulla.

Non si può dunque erigere nulla a valore in questa parabola. Dire, per esempio, che Lazzaro è andato in paradiso perché povero, dunque l’essere povero come lui è la condizione della salvezza. Oppure, essere ricco come l’Epulone è la condizione della perdizione, per cui, se noi riuscissimo ad essere ricchi non come l’Epulone, e riuscissimo a gestire la ricchezza in un altro modo, allora potremmo salvare capra e cavoli.

Certo, se si deve dare un giudizio sui due uomini, dal punto di vista di Gesù, uno è degno dell’inferno, l’altro è degno del paradiso. Sempre che si concepisca l’inferno uno stato in cui viene a trovarsi l’individuo, che noi in altra sede, dichiariamo eviterno. Eviterno vuol dire che è un essere che nasce, ma che non finisce più. Non considerando l’inferno come una scatoletta dentro cui Dio manda i cattivi, ma come uno stato della cattiveria che l’uomo si trascina dietro, in quanto appunto ha questo status di eviternità, allora probabilmente ci si potrà capire anche sulla questione dell’inferno.

La ricchezza è un bene in sé, quando è frutto di lavoro non piramidalmente svolto. Solo a quelle condizioni la ricchezza non è un male, direi che è la gloria del genere umano. E la povertà? Non me la sento di celebrare la povertà storica come un assoluto, perché allora Lazzaro sarebbe il simbolo del cristiano, il che è orrido soltanto il doverlo pensare. La povertà è un bene solo quando è una scelta libera e non quando è causato da cattivi rapporti sociali.

Perché uno è nel seno di Abramo e l’altro è all’inferno? Perché uno è ricco e l’altro povero? No, rispondo, nonostante la ricchezza e la povertà, perché qui Gesù ha una polemica nei confronti dei farisei. Dunque è contro la teoria dei farisei, che privilegiano la ricchezza come dono di Dio, e la povertà come un castigo. Allora si può capire perché questo racconto diventa rivoluzionario.

Gesù disse ai farisei, questa parabola la dice a loro. È impossibile, dice Gesù, essere ricchi e buoni, “ricchi” lo mettiamo tra virgolette, perché quando uno è ricco è inevitabile che faccia quello che ha fatto l’Epulone, ogni giorno mangiava lautamente e vestiva come vestiva. Ora, per fare queste cose bisogna avere al proprio servizio un bel capitale prodotto da un certo lavoro strutturato a piramide. È impossibile condurre una certa vita senza avere una certa quantità di danaro. Dunque ripeto è impossibile essere ricchi e buoni dice Gesù, così riduciamo all’osso il discorso mentre è impossibile essere poveri e buoni. Questo è l’aspetto violento della sua polemica.

Voi, dice Gesù, secondo la vostra etica, mi mandereste in paradiso questo tipo, perché viene nella sinagoga e fa le preghiere di rito, mi mandereste all’inferno quest’altro, perché è un povero diavolo e sarebbe colpito di quella povertà esattamente dalla mano di Dio. È impossibile essere ricchi e buoni mentre è possibile essere poveri e buoni. Ma, facciamo la specificazione: nella mia chiesa – ecclesia – debbono sparire gli uni e gli altri perché tra i credenti debbono introdursi nuovi rapporti o vincoli socio-economici, se questi non si costituiscono il mondo continua come prima e allora continua a valere questa parabola.

Ecco con questa impostazione, possiamo adesso fare una piccola rassegna storica per dimostravi come la interpretazione di questa parabola abbia fatto perdere la testa agli esegeti e abbia tenuto la quasi totalità della Chiesa in un errore che io chiamo errore sociale. Qui a Reggio Emilia, uno storico cattolico ha scritto una bellissima storia della chiesa reggiana che ha come titolo La chiesa di Reggio Emilia tra vecchi e nuovi regimi. Questo prof., sono d’avviso che abbia trovato una strada nuova di fare storia, una maniera buona per fare la cosiddetta storia della chiesa, perché è parimenti ferrato in teologia e ferrato nella ricerca storica. Siccome alcune prassi storiche sono introdotte nella storia in nome di una certa teologia, egli non ha giudicato un’epoca storica con il parametro di un’altra epoca storica, purtroppo la storiografia laica e cattolica viaggia alle volte su questa strada.

Lo storico non si è messo a cercare in nome del Vaticano II, poniamo, come se il Vaticano II fosse un giudizio inappellabile sulla storia. Perché fra cinquanta anni faremo un altro concilio, col quale giudicheremo anche il Vaticano Secondo. Certamente è un rischio, come è il mio, di mettersi dal punto di vista del messaggio di Gesù e allora noi abbiamo scavalcato i tempi storici e ci siamo messi dal punto di vista della verità. Potremo sbagliare nell’individuare quella verità, ma non certamente in questo metodo di giudicare da quel punto di vista. Sulle tracce di questo storico, ecco cosa accadeva a Reggio Emilia esattamente un secolo fa. Più meno verso gli anni 1876, cosa accadeva in relazione alla parabola dell’Epulone.

A Reggio Emilia nasce una rivista, Lo scamiciato. Gli scamiciati sono quelli che non hanno paura e si comincia a premere l’acceleratore sulla questione sociale. Vi faccio notare che a Reggio Emilia 12.000 abitanti circa sono iscritti nelle liste dei poveri, e beneficiano irregolarmente dei sussidi delle opere pie, 12.000 sono i due terzi della popolazione. Due terzi della popolazione sono sulla strada di Lazzaro. Attenzione, non diventiamo come quegli storici cattolici, i quali dicono che noi non dobbiamo giudicare ciò che è accaduto nel medioevo con i parametri di adesso, un cattolico non dovrebbe dire questo, perché ipso facto potrebbe diventare un hegeliano, per il quale Hegel non ci sarebbero contraddizioni nella storia, perché in ogni tempo storico ci sarebbe una identificazione con la verità. Il che, voi capite, dal punto di vista cristiano diventerebbe un orrore.

Ebbene quei cattolici, escludiamo Manzoni, i quali dicono che non bisogna giudicare una epoca cristiana, con altra epoca cristiana, dimenticano che sono quei medesimi i quali, interrogati sulla continuità dello spirito Santo nella Chiesa, dicono che la chiesa è infallibile sempre e non può mai errare, ma quando poi li prendete in castagna dicono che quello era l’errore dei tempi e non l’errore degli uomini.In un’altra rivista gestita da cattolici, il consigliere del popolo, si legge: Dobbiamo tenere fermo che per volontà di Dio vi debbono essere dei ricchi e dei poveri nel mondo, giacché la perfetta eguaglianza è una vera utopia. Ecco le idee che circolavano nei cervelli di molti cattolici: Tutti gli Stati, Dio li ha istituiti in quanto, che avendo voluto che gli uomini vivessero assieme, ha anche voluto quella diversità di gradi sociali, onde la società prende forma… Questa impostazione arriva dal mondo greco e romano. Leggiamo ancora: I poveri dunque in che modo dovranno guardare ai ricchi: Voi o poveri siate grati ai nostri fratelli ricchi, i quali, obbedendo al divino precetto, vi sollevano con il lavoro o con l’elemosina.

Il lavoro, lo sapete anche voi, secondo una piramide molto più accentuata, perché sappiamo come le cose andavano a quell’epoca, oppure con l’elemosina, ed ecco allora i dodicimila mantenuti dalle opere pie. Ma non cercate con mezzi illeciti di uscire dal vostro stato, chi è Lazzaro, è Lazzaro e chi è il ricco Epulone, è il ricco Epulone, aborrite dal comunismo. Gesù taglia con un mondo che non deve più esistere, e noi ahimè tentiamo di applicare la parabola al nostro mondo per giustificarlo.