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Mariano Luigi Patrizi

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Ho tentato di commentare con disadorna parola (con una oratoria ch’egli avrebbe definite con paterna bonomia come «barbara») la vita e le opere di Mariano Luigi Patrizi.
E’ restata in penombra la sua figura di uomo e di cittadino. Mi sia consentito, parlando oggi di Lui in Recanati, di rievocare il Patrizi amico affettuoso di molti fra i presenti, il recanatese affabile ed austero, il cittadino, che svolse per decenni (sono sue parole) «un apostolato senza urli, senza folgori e senza martirio, ma anche senza interruzioni e senza deviamenti di idealità socialiste, più ancora morali che economiche, disposate al culto del libero pensiero e della patria redenta, idealità socialiste . . . di uno spirito indisciplinato all’autorità della folla, epperò non di rado discordanti coll’ortodossia tesserata del Partito e delle tendenze avvicendatesi nel predominarlo».
Questo Patrizi minore, forse a noi recanatesi il più caro, lo ritroviamo tutto in quella raccolta di «sentimenti, più che pensieri» ch’egli amo intitolare «I discorsi del campanile».
Raccolta che ha avuto numerose edizioni e ciò dimostra che il messaggio di Patrizi ai suoi concittadini fu da essi ascoltato, sentito, compreso. Ne poteva essere altrimenti, poiché 1’amore di Patrizi per Recanati e per i recanatesi fu sincere, profondo, duraturo. I cittadini sapevano che non si trattava di finzione letteraria ma di una sincera confessione, quand’egli accennava alla «carità riconoscente per il natio loco, donde mai mi son dipartito senza un’intima pena sottile, e dove mai non feci ritorno senza una dolce scossa d’innamorato».
Ad ogni estate noi giovani studenti attendevamo il suo ritorno.
Abbiamo tuttora presente e viva la sua cara immagine: la snella, alta figura, lievemente incurvata per la diuturna consuetudine allo studio, il viso austero e dolce, dominate dal vivido lampeggiare degli occhi intelligenti e buoni, la voce armoniosa, il gesto elegante, la foggia dell’abito dall’eleganza un poco anti- quata, che il cappello a larghe falde e i consueti guanti grigi ponevano in maggior risalto. Tutto in lui, anche nell’aspetto esteriore, ci appariva eccezionale.
Egli era il Maestro.
Non sol tan to per noi studenti, ma per tutti i cittadini, di ogni ceto e condizione.
Questo è l’uomo che noi recanatesi abbiamo amato ed onorato. Il tempo trascorso dalla sua morte non ne ha affievolito il ricordo, ne intiepidito in noi l’affetto. L’odierna celebrazione lo testimonia. L’omaggio, che noi recanatesi tributiamo a Mariano Luigi Patrizi nel centenario della sua nascita, non sia limitato a questa mia modesta rievocazione, ma si concretizzi in una ordinata raccolta dei molti suoi scritti e delle apparecchiature scientifiche, che Egli ideo, evitando una dispersione altrimenti irrimediabile.
E’ forse il tributo di amorosa devozione più congeniale al suo temperamento e ai suoi gusti. Possano i posteri, parlando di Lui e della sua opera, ricordare che in Recanati nella seconda meta dell’ottocento ebbe i natali uno scienziato umanista, che ha dato lustro al suo paese e all’Italia.

GIUSEPPE GIUNCHI

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