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Mariano Luigi Patrizi

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Dalla pittura il suo acuto sguardo ora si e spostato all’ar- chitettura.
Nel 1930 pubblica «L’emozione architettonica», prima parte di uno studio su «Il sentimento e il genio dell’architettura nell’esame di un fisiologo», che completa nell’anno seguente con una seconda nota su «La creazione architettonica». Questi studi preludono all’indagine, ch’egli compie negli anni seguenti su Leon Battista Alberti.
«Le sembianze e la complessione di Leon Battista Alberti» e «La macchina e 1’anima di un genio del Rinascimento: Leon Battista Alberti» sono gli ultimi prodotti del suo ingegno. Questo saggio si conchiude con un atto di fede nella validità del lavoro scientifico, venato della sottile malinconia di chi, al termine dell’opera, si avvede che ben poco egli ha potuto fare in confronto all’immensa mole di lavoro che sovrasta, modesti sono i consensi e magre le soddisfazioni.
Egli cosi dice testualmente: «Siamo pero in grado di assicurare che seguiteremo il cammino animosi e prudenti, incuranti della fatica e del tormento della ricerca, fidando nel condono che non si nega allo sforzo coscienzioso senza successo».
Un demone benigno, nella seconda parte del Faust, scende dall’alto, e consola: «Quegli che sempre aspirando s’adopra, quegli non e immeritevole di venire assolto».
Wer immer strebend sich bemüth – Den können wir erlösen.

Questo malinconico testamento spirituale ci porta a considerare in una visione d’insieme quali furono i risultati di quello «sforzo coscenzioso senza successo», per il quale, con il demone faustiano «den konnen wir erlosen». Nei 45 anni, trascorsi dal Patrizi al servizio della scienza e dell’umanità, dalla pianta rigogliosa del suo ingegno maturarono frutti cosl copiosi e vari e perfetti, che non di assoluzione, ma di ammirazione sincera e di plauso caloroso gli siamo debitori. Ammirazione e plauso, che i concittadini sempre gli tributarono in vita e che oggi rinnovano con animo commosso, rievocandone la figura e 1’opera.
II 30 Novembre 1924, appresa la felice notizia della sua chiamata alla Cattedra di Fisiologia dell’Ateneo bolognese i cittadini recanatesi conferivano al Patrizi, per mano del loro Sindaco Dott. Federici una medaglia d’oro, recante sul recto la seguente dicitura: «Al Prof. Mariano Luigi Patrizi – la sua Recanati – con sentimento orgoglioso di madre – con animo grato -per decreto del Comune».
Ben pochi tra quei cittadini erano in grado di valutare il significato profondo e la portata dell’opera scientifica del Professore che festeggiavano, essi pero sentivano con sicuro intuito che compivano un atto doveroso e giusto. Un’altrettanto giusta valutazione dell’opera scientifica del Patrizi forse non e stata fatta da coloro, dai quali era lecito attenderla: gli studiosi di biologia e più in particolare gli psicologi. Una sommaria inchiesta da me condotta tra gli psicologi e gli psicopatologi itallani mi ha rivelato che l’opera del Patrizi e ad essi oggi quasi del tutto sconosciuta.

Quali i motivi? Le ragioni sono molteplici e complesse.

Mariano Luigi Patrizi visse a cavallo tra i due secoli, ma fu sostanzialmente un uomo dell’ottocento. La prima meta della sua vita, quella trascorsa nel secolo XIX0, diede l’impronta a tutta la sua opera. La sua attività scientifica, la sua cultura, gli ideali estetici, lo stile, 1’arte oratoria, la sua filosofia positivistica, il credo politico furono tipicamente ottocenteschi.
La seconda metà della sua esistenza,. quella ch’egli visse nel nostro secolo, si svolse in un ambiente culturale, sottoposto a profonde trasformazioni, cui egli rimase sostanzialmente estraneo. Egli segui, fedele a se stesso, un suo filone originale di pen- siero, incurante – spesso sprezzante – dell’altrui giudizio, pronto a scendere in vivace polemica per la legittima difesa dei suoi convincimenti. Egli mai consentì alle mode, che purtroppo si avvicendano anche nella scienza, come in ogni altra attività umana.

Resto fedele al metodo, che dai suoi Maestri aveva appreso, cercando di affinarlo e perfezionarlo. La vastità della sua cultura lo porto ad affrontare contemporaneamente lo studio di aspetti diversi della realtà umana. Ai fisiologi sperimentali fini per apparire troppo dedito alle indagini di psicologia; dagli psicologi gli veniva rimproverato d’essere sempre e soltanto un fisiologo; i cultori di estetica, imbevuti dei principi dell’estetica crociana inorridivano al solo pensiero, che si potesse esaminare l’opera d’arte sotto il profilo fisiopsicologico; gli antropologi criminali di stretta osservanza gli rimproverarono di avere abbandonato la retta via, così angusta
del resto, segnata dal Maestro e i medici-legali gli contestarono il diritto a procedere oltre nel campo della criminologia.
Egli invece procedette sereno per la strada, che il suo ingegno gli indicava, incurante di tante incomprensioni, quasi ignorandole e questo non gia per incapacita di comprendere quanto accadeva nel mondo o per difetto di sensibilità, che invece aveva acutissima, ma per coerenza intellettuale e morale con la sua visione del mondo.
I contributi, ch’Egli diede alla fisiologia sperimentale, sono certamente la parte minore dell’opera sua. Egli perfeziono e utilizzo fino all’estremo limite delle loro possibilita quei metodi e quegli strumenti, che aveva ricevuto dalle mani del suo Maestro Mosso.
II pletismografo di Mosso si trasformo per 1’opportunità di migliore esecuzione di talune ricerche nel «guanto volumetrico del Patrizi»; il pneumatometro a criterio acustico, 1’ergografo crurale, 1’ergostetografo, 1’angiografo bitemporale vennero da lui proposti quali nuovi sussidi di tecnica fisiologica e psicofisica.
Apparecchi ingegnosi, ch’egli seppe utilizzare con rara maestria, ma tutti discendenti diretti delle tecniche fisiologiche ottocentesche, che avevano trovato in Angelo Mosso un geniale inventore. Intanto si andavano affermando tecniche nuove: 1’elettro- fisiologia progrediva a passi di gigante; la registrazione dei fenomeni elettrici attivi, che nella seconda meta dell’ottocento era stata dominata dall’elettrometro capillare di Lippmann, veniva rivoluzionata, nel primo quarto del nostro secolo, dal
galvanometro a corda di Einthoven; nascevano così Pelettrocardiografia, poi Pelettroencefalografia, sussidi nuovi e preziosi allo studio dell’uomo sano e del malato; i metodi di registrazione grafica si perfezionavano con la utilizzazione di nuove apparecchiature; la biochimica era entrata a vele spiegate nei laboratori di fisiologia. A questo rivolgimento profondo di ordine tecnico il Patrizi resto fondamentalmente estraneo, pur avendo disposizioni non comuni per la tecnica. Di queste sue disposizioni ci danno dimostrazione le eleganti esperienze dell’ultimo periodo della sua vita di ricercatore, condotte su animali in circolazione crociata.
Questi esperimenti provano d’altra parte ch’egli risenti la influenza dei tempi nuovi e fu stimolato a verificare la reale con- sistenza dei fatti, sui quali poggiava la rivoluzionaria dottrina della trasferibilità umorale dell’azione inibitrice del vago.
Per primo in Italia voile verificare i fatti nuovi con l’esperimento. Espresse giudizi prudenti, tendenzialmente negativi e si inganno.
Non gli era sfuggita però l’importanza decisiva e il significato rivoluzionario, che assumevano questi mediatori biochimici dell’attività nervosa ed onestamente riconosceva che i risultati, proposti dal Loewi «se muniti di conferma definitiva, s’accosterebbero al livello della scoperta dei fratelli Weber (1845) e dell’«incantesimo del cuore» del nostro grande Galvani (1778), e meriterebbero davvero di venir per ideogramma simboleggiati col lapideo termine miliare a uno svolto del cammino della nostra scienza».
La ricerca fisiologica in verità era stata per il Patrizi un mezzo per condurre avanti lo studio delle relazioni tra fenomeni fisiologici e psichici.

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