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Mariano Luigi Patrizi

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Singolari esitazioni e dinieghi della burocrazia – che tuttora noi professori Universitàri ben conosciamo -, fastidiosi sempre, assurdi e ridicoli quando sono rivisti sul fondo di una prospettiva di mezzo secolo.
I voti dell’Autorevole torinese e le ripetute istanze del Patrizi vinsero alfine le resistenze del Ministro e il Patrizi divenne titolare di Antropologia Criminale a Torino.
La designazione della Facoltà Medica torinese non era stata cervellotica, come il Ministro sembrava supporre, ma costituiva 1’accademico riconoscimento della giusta rinomanza che il Patrizi aveva frattanto acquisito nel campo degli studi, cari al Lom- broso, con le sue ricerche originali, iniziate nel decennio tra il 1890 e il 1900 ed i cui risultati «esplosivi» erano stati consegnati nel «Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua famiglia» edito dai Fratelli Bocca di Torino nel 1896.
Questo saggio famoso, che vide la luce alla vigilia delle solenni celebrazioni per il centenario della nascita di Giacomo Leopardi, suscito vasto clamore di polemiche e procuro al Patrizi molte amarezze, lasciando nel suo animo un segno indelebile, le cui tracce riaffioreranno in scritti e discorsi per tutto il resto della sua vita laboriosa.
In questa affrettata biografia a me preme di rilevare che il Patrizi fu successore del Lombroso nella cattedra torinese, ne segui alcune impostazioni metodologiche e dottrinali, ma non fu mai suo diretto collaboratore o allievo.
Ce lo dice egli stesso:«E così, allorché,… a me, di Lombroso devoto ammiratore ma non discepolo, fisiologo e non morfologo, né medicoforense, avvenne 1’imprevista lusinghiera chiamata alla sua cattedra di Antropologia criminalista, fu naturale che la personate concezione psico-fisiologica del delitto traesse profitto dalle circostanze propizie alla elaborazione e divulgazione».

II metodo antropologico del maestro torinese aveva con Patrizi cambiato fisionomia, assumendo «significato largo e precise, nel senso insomma di Biologia e di Psicologia».
Sono sue parole e da esse si desume quale avanzamento e quale profondo distacco questa moderna impostazione, data dal Patrizi all’Antropologia criminale, segnasse nei confronti delle antiche e discusse teorie lombrosiane, che «confinavano ogni individuo eccezionale in uno dei tre gironi del genio, della follia, della delinquenza».
Del triennio trascorso a Torino, quale Professore Ordinario per 1’Antropologia criminale restano, assai interessanti, alcuni sommari delle sue lezioni per un corso tecnico di perf ezionamento in criminologia presso la Regia Università di Torino, tenuto negli anni 1912 e 1913, e diversi saggi, che vennero raccolti in una monografia, edita nel 1916 dalla Società Editrice Libraria, con il titolo «Dopo Lombroso – Nuove correnti nello studio della genialità e del delitto».
Resta fondamentale di quel triennio la enunciazione di una originale nuova dottrina: la monogenesi psicologica del delitto. Contenuta in nuce in una conferenza (Passioni criminali d’Estetica e di Scienza), detta a Torino nel 1897, questa dottrina veniva elaborata e divulgata nel triennio di Ordinariato torinese, esposta più ampiamente nella citata monografia «Dopo Lombroso» ed ulteriormente approfondita nel volume «Addizioni al Dopo Lombroso», pubblicato nel 1930 dalla Societa Editrice Libraria. Questo fervore di attività didattica e scientifica non trovo, sembra, i consensi che meritava presso le superiore Autorita ed il Patrizi, chiusa nel 1913 la parentesi cattedratica antropologica, preferì tornare a Modena nella sua cattedra di Fisiologia Sperimentale.

Ivi rimase fino al 1925, dedito all’approfondimento dei suoi studi sull’indirizzo antropologico-fisiologico nella storia dell’arte e in particolare alla ricostruzione psicologica del grande pittore criminale Michelangelo Caravaggio, verso il quale aveva cominciato a rivolgere la sua attenzione nell’anno 1914, pubblicando una nota preventiva nel volume giubilare in onore del Prof. L. Bianchi.
Terminò il suo lavoro nel 19^^> consegnandone i risultati in una pregevole monografia, edita dal Simboli di Recanati, dal titolo: «Il Caravaggio e la nuova critica d’arte».
In questo decennio il suo lavoro nell’ambito della fisiologia sperimentale va rallentando, orientandosi prevalentemente verso applicazioni di ordine psico-fisiologico nel campo del lavoro professionale.
Una serie di saggi su questo argomento vengono raccolti nel volume «Braccio e cervello e la perizia fisiologica del lavoro», edito dal fedele Simboli nel 1924.
Sul finire di quell’anno la Facoltà Medica della Università di Bologna chiama il Patrizi alla Cattedra di Fisiologia Umana di quel glorioso Ateneo.
E’ l’ultima tappa del lungo viaggio accademico. Bologna sarà la sede definitiva, ove il Patrizi opererà per 10 anni fino all’ultima sua giornata.
Di questo periodo bolognese ci restano 15 pubblicazioni scientifiche, attestanti la molteplicità d’interessi ed il suo entusiasmo, ancora giovanili. Da un lato egli riprende i suoi studi sul lavoro muscolare e sulla «fatica in flagrante», dall’altro compie una serie di osservazioni sperimentali su animali a circolazione intercomunicante studiando su di essi l’epilessia faradica e Pepilessia umorale, i fenomeni tossicoemici da fatica, e sottoponendo a controllo le esperienze di Otto Loewi sulla trasferibilità umorale dell’azione nervosa. Comunica in quel tempo un suo «procedimento fisiologico per l’identificazione della firma e riprende da un lato gli studi sulla monogenesi psicologica del delitto e dall’altro quelli d’indirizzo antropologico-psicofisiologico applicato alla storia dell’arte.

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