Home Marche LORENZO GIGLI: DA RECANATI A BUENOS AIRES NEL SEGNO DELLA TRADIZIONE

LORENZO GIGLI: DA RECANATI A BUENOS AIRES NEL SEGNO DELLA TRADIZIONE

86
0

Profondamente segnata da eventi storici e personal! che hanno determinato lunghe permanenze in Argentina interrotte da brevi soggiorni italiani, la vita del pittore recanatese Lorenzo Gigli ha trovato nella pratica artistica un momento di unificazione e di compensazione intellettuale. Giovane emigrante versato in pittura, venne educato presso 1’Accademia di Buenos Aires, ma non y’e dubbio che dall’esame della sua vasta e diversificata produzione scaturisca con forza il ruolo preminente giocato nella formazione del Gigli dalla tradizione artistica rinascimentale. Ne poteva essere altrimenti per chi, nato nelle Marche, abituato sin dall’infanzia a misurare lo spazio con un metro pier francescano, si fosse poi trasferito oltreoceano, connotando così di nostalgia ricordi una matrice figurativa già saldamente educata ai valori della classicità.

Per rinsaldare questo legame culturale, Lorenzo Gigli voile tornare in Italia nel 1924, completando con un tour attraverso le capitali artistiche europee il suo itinerario sentimentale. Segnata dalle devastanti conseguenze del primo conflitto mondiale, la cultura europea si avviava in quegli anni difficili ad un ripensamento critico delle esperienze figurative elaborate dalle avanguardie artistiche, ricercando anche nell’arte i fondamenti della chiarezza razionale, piuttosto che i sottili intellettualismi cari ai gruppi progressisti. II “rappel a 1’ordre” lanciato dal critico francese Maurice Raynal accomunava così tutti gli artisti europei del dopoguerra e in Italia trovava una sua definizione nei valori di “precisione di segno, decisione di colore, risolutezza nella forma” esaltati da Margherita Sarfatti, animatrice del gruppo Novecento costituitosi a Milano nel 1922.

Lorenzo Gigli, rientrato in Italia nel 1926 dopo un breve soggiorno in Argentina, poteva dunque assistere all’elaborazione teorica della poetica di Novecento e, sia pure con un ruolo marginale, condividere gli orientamenti del gruppo, in particolare per quanto attiene lo studio della pittura del Quattrocento. Recuperare la lezione di Masaccio, di Paolo Uccello e di Piero della Francesca significava per Lorenzo Gigli ridurre la realtà volumi geometrici chiari, elementari e perciò immediatamente percepibili dalla ragione che da ad essi il proprio ordine logico attraverso la prospettiva. La sua partecipazione alla XVI ed alla XVII biennale di Venezia, accanto ad artisti come Carlo Carra e Felice Casorati, e pertanto da intendersi come il segno di una comunità di intenti con i maggiori esponenti del Novecento italiano, che trova conferma nella saldezza plastica dell’immagine, nella nitida definizione spaziale delle figure, nel colore compatto e smaltato; caratteri che ricorrono in varie tele di quegli anni, come nelle “Maternità”, ispirate ai modelli di Gino Severini, o nei paesaggi, alieni da tentazioni pittoresche e vicini alle sobrie visioni romane di Antonio Donghi.

Ciò che il Gigli non condivide di Novecento e semmai il carattere aulico e magniloquente di certi apparati decorativi legati all’esaltazione del regime fascista che, coerentemente apolitico, egli non sentiva consentanei alle sue corde sentimentali. Se nostalgia e struggimento interiore sembrano caratteriz-zare le opere dell’artista marchigiano, un esame più attento delle sue tele rivela un alto sentimento di maschia rassegnazione, espressa attraverso forme salde, volumi nitidi, colori puri stesi in ampie campiture. Anche quando nella sua produzione si insinuano elementi nuovi, come una temporanea suggestione determinata dal dinamico fluire delle immagini legato all’aeropittura o, negli anni Trenta, un superficiale tentativo di interpretare i modi deco, il sostanziale legame con la tradizione rinascimentale torna prepotentemente a riaffermarsi. I volti come maschere scolpite nel legno dei familiari o degli indios, gli scorci del contado recanatese dipinti negli ultimi anni di vita, quando la sua vena artistica non accenna ad esaurirsi, formano un organico corpus pictoricum, degno di un grande maestro del Rinascimento, espressione di una classicità che non nasce dal rimpianto per un passato perduto, ma che si aggiorna nei contenuti pur conservando un’antica misura.

Stefano Papetti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.