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IL TEMA DELLA FEDE NELLA REGOLA DI S. AGOSTINO

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Perché ad un certo punto contemplare la bellezza è stato sempre il desiderio di Agostino? La prima opera che ha scritto (che non abbiamo più), De pulchro et apto parlava della bellezza e dell’armonia delle creature. E questa è la bellezza di Dio. L’aveva scritta per farsi bello di fronte al grande Gerio, professore di Roma, sperava di incontrarlo, sperava di avere una promozione a livello accademico; la promozione l’ha avuta lo stesso per altre strade, anche lui attaccato a quelli che potevano appoggiarlo. I manichei sono stati una fortuna dal punto di vista sociologico ed economico per Agostino. Ma noi non sappiamo cosa è successo con questo Gerio, uno dei grandi retori che aveva entusiasmato il giovane Agostino e quindi aveva scritto questa opera per dire quello che era stato sempre il suo anelito, il suo desiderio e questo lo possiamo trovare anche nel commento che P. Nello Cipriani fa nel commento alla Regola, quando commenta alla fine della seconda parte il tema della bellezza. La  bellezza è appunto un motivo costante di contemplazione. Ma, ripeto, noi possiamo essere testimoni della fecondità della fede quando appunto riusciamo a trovare nella fede, nel nostro personale rapporto con Cristo, la nostra stabilità interiore e il nostro equilibrio Nel primo paragrafo del libro IX delle Confessioni, Agostino sintetizza il motivo della conversione. Di fatto cosa è avvenuto con la conversione? Pensate se riuscissimo anche noi attraverso la nostra testimonianza personale, a trovare questa stessa stabilità di cui parla Agostino. Cioè arrivare a fare con gioia e con gusto quello che prima avevamo il timore di non riuscire a fare perché adesso  è subentrata la grazia, la forza del Signore; allora sarebbe interessante riuscire a cogliere la nostra esperienza cristiana proprio come l’esperienza da offrire a tutti. Nei testi che abbiamo citato sopra del Santo Padre, riecheggia il motivo della bellezza in S. Agostino. E Agostino, p.e. nel De vera religione ha questa tesi semplice: se vuoi essere libero dalle tentazioni di questo mondo, se non vuoi essere corrotto da tutto ciò che il mondo comporta, devi attaccarti a Qualcuno più grande di te. Questo qualcuno è Cristo che ci ha dato l’esempio di come vincere le tentazioni del deserto, quelle tentazioni che San Giovanni sintetizza così: la tentazione della carne, della concupiscenza degli occhi e la superbia della vita. Cosa è questa proposta della Scrittura? E’ proprio far vedere l’effetto della fede; mentre siamo letteralmente in un mondo di schiavi, Agostino continua a dire che l’esperienza della fede, l’esperienza della vita cristiana è l’esperienza della libertà. Possiamo essere capaci di fare cose nuove che non credevamo di poter fare e siamo capaci di una libertà nuova, così superiamo la corruzione, superiamo quello che il mondo ci costringe a fare con il suo fascino, con il suo stile, con il suo modo di fare, ed è interessante far vedere come la libertà ci pone in una condizione nuova, e possiamo essere capaci di servire se siamo liberi  da ogni schiavitù: dai soldi, dal sesso, dal potere; tutta la tesi della vera religione è qui. La vera religione serve per essere veri uomini, dice Agostino nelle confessioni,  e serve per la conversione, ma attenzione, non è l’appello alla conversione a gente che non ne vuol sapere, che ha paura, ma l’appello a gente che finalmente scopre che è un dono di Dio, che è un regalo di Dio. Quello che diceva Paolo: “ma cosa credete che io sono stato capace di cambiare vita? E’ lui che mi ha fatto cambiare vita, io ero un bestemmiatore, un persecutore… Lui è venuto, mi ha aiutato e mi ha fatto capire”. Così la stessa cosa dice Agostino. E la stessa cosa dovremmo dire noi. Sembra quasi che siamo in una gabbia interiore, in una gabbia spirituale e non riusciamo a comunicare le cose più urgenti: Se io ti dico qualcosa di bello, non è perché io sono stato qualcosa di bello, ma è perché il Signore mi ha dato questa capacità e questa grazia è per tutti. Quando il Signore dice: “bisogna che io me ne vada…”, i discepoli contestano: “ma cosa stai dicendo Signore, te ne vai? Proprio sul bello te ne vai?”. Risposta: “Devo andare perché altrimenti non viene a voi lo Spirito Santo, il Paraclito”. E il Paraclito è Gesù Cristo per tutti, non per qualcuno. Non per i Dodici o i Settantadue, ma per tutti. Questa è la vera evangelizzazione: poter ridire con semplicità e testimonianza personale che Gesù ci ha lasciato il suo Spirito e con il suo Spirito riusciamo gradualmente ad andare avanti, ma non perché non sia capace di farlo improvvisamente. Per Agostino, ci son voluti diversi anni; ma lui dice ad un certo punto: “all’istante”. E dice questo in un testo meraviglioso delle Confessioni, perché mentre in altre parti ne parla in modo teologico, qui lo confessa personalmente: “cosa ha fatto lo Spirito Santo nella mia vita, dopo tanti anni di confusione, dopo anni di ricerca, prima mi ha portato alla disperazione e questo è così  per la maggioranza della gente, che pensa che non sia possibile, non credono che si possa cambiare, perché sono talmente consapevoli della loro debolezza che sono convinti che non ci sia più  niente da fare, allora bisogna aiutarli a convincersi che la grazia è un dono gratuito che ci portiamo nel cuore e se ci fidiamo, diventiamo familiari di questo Spirito. Ecco il testo di Agostino dice: Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso; con la tua mano esplorando la profondità della mia morte, hai ripulito dal fondo l’abisso di corruzione del mio cuore. Ciò avvenne quando non volli più ciò che volevo io, ma volli ciò che volevi tu. Dov’era il mio libero arbitrio durante una serie così lunga di anni? da quale profonda e cupa segreta fu estratto all’istante, affinché io sottoponessi il collo al tuo giogo lieve e le spalle al tuo fardello leggero, o Cristo Gesù, mio soccorritore e mio redentore? Come a un tratto divenne dolce per me la privazione delle dolcezze frivole! Prima temevo di rimanerne privo, ora godevo di privarmene. Tu, vera, suprema dolcezza, le espellevi da me, e una volta espulse entravi al loro posto, più soave di ogni voluttà, ma non per la carne e il sangue; più chiaro di ogni luce, ma più riposto di ogni segreto; più elevato di ogni onore, ma non per chi cerca in sé la propria elevazione. Il mio animo era libero ormai dagli assilli mordaci  dell’ambizione, del denaro, della sozzura e del prurito rognoso delle passioni, e parlavo, parlavo con te, mia gloria e ricchezza e salute, Signore Dio mio. (Conf. IX,1,1)

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