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Affreschi del quattrocento nelle Chiese di Sant’Agostino e di S. Maria di Castelnuovo

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i ero ripromesso di parlare quest’anno nel «Casanostra» di alcune interessanti sculture, dal medioevo al rinascimento, che si trovano a Recanati e che sono ancora inedite, ma siccome ritengo di non avere sino ad oggi abbastanza consultato le fonti storiche, che a quelle opere potrebbero riferirsi, né approfondito l’esame comparativo con altre sculture delle stesse epoche e di simili caratteri stilistici, rimanderò la ricerca più avanti e la pub­blicherò, se sarà possibile, in uno dei fascicoletti staccati, sem­pre del «Casanostra».

Si potrà così proporre agli studiosi, e spero sufficientemente chiarire, un altro punto della storia dell’arte recanatese ed avere modo di raccogliere ancora materiale per una futura guida di Re­canati, dettagliatamente informata e completa.

Per le stesse ragioni mi sia concesso oggi di aggiungere questa breve nota all’articolo sugli affreschi quattrocenteschi del­la Chiesa delle Grazie a Recanati, apparso nel «Casanostra» del 1 Gennaio 1962 (Anno 95, N. 79).

Il mio scopo è quello di meglio documentare il legame che esiste fra il più bello degli affreschi delle Grazie, rappresentante una Madonna col Bambino e i due affreschi raffiguranti S. Seba­stiano, che si trovano, come già dissi, dipinti in curva e in basso, sul fusto di due semicolonne, facenti parte di un pilastro gotico polistilo della Chiesa di S. Agostino a Recanati.

l pilastro è quello a sinistra per chi guarda l’abside, fian­cheggia l’altare maggiore ed è stato quasi tutto, come del resto ogni altra parte dell’interno della Chiesa, ricoperto dalla sopra­struttura barocca di Ferdinando Bibiena.

Per osservare uno dei dipinti bisogna entrare a fatica in uno stretto pertugio che da su un’assai angusta scala, comunicante col superiore coretto e per vedere l’altro occorre aprire una por­ta d’una piccola sacrestia, ove sono riposti arredi sacri.

Riassumiamo le notizie già esposte nel testo e nelle note del precedente articolo. La prima figura di S. Sebastiano già liberata nell’anno 1900 dallo strato di calce che la ricopriva, rappresenta il martire tra­fitto da numerose frecce e legato da corde alla colonna, con le mani dietro la schiena. Il suo capo che s’adorna di una bionda chioma arricciata, secondo la moda quattrocentesca, è circon­dato dal nimbo e sovrastato da una corona regale, sorretta da due angeli, biondi anch’essi, nimbati e con vesti rosse, cinte in basso da una fascia di piume giallo oro, quasi una lorica a squame, evi­dentemente attributo specifico dato ingenuamente dall’artista, alle creature celesti che proteggono i Santi guerrieri.

In basso si intravede molto consunta e abrasa la siluetta di un devoto inginocchiato e si legge una iscrizione che. sciolta dalle abbreviazioni, suona così:

«QUESTA FEGURA A FACTA FARE . . . (due parole incomprensibili) … PER SUA DEVOTIONE ».

Nella riga sotto, in cifre arabiche è la data 1464.  (1)

L’altra figura di S. Sebastiano, venuta alla luce solo pochi anni fa, per l’atteggiamento, per le proporzioni, per gli angeli che la incoronano ripete in posizione contraria il Santo prece­dentemente descritto, quasi che uno stesso cartone rovesciato sia stato usato per delinearla. Purtroppo però i danni subiti da que­sto secondo affresco sono più gravi e più vasti. Metà del volto del Santo, le sue spalle, l’angelo di destra per chi guarda, la parte inferiore del corpo dell’angelo di sinistra sono andati perduti.

L’iscrizione in basso, sciolta dalle abbreviazioni e all’inizio reintegrata dice così: « QUESTA FEGURA A FACTA FARE RAPAGIO PER VOTO ». Al posto del devoto, c’è la chiarissima rappre­sentazione di una rapa bianca, allusiva al nome strano di quel Rapagio, che forse desiderò eternare la sua persona con questo scherzo, piacevole ed altrettanto singolare. (2)

Nell’articolo del 1962 avevo raggruppato e definiti del me­desimo artista, che poteva anche essere Giacomo di Nicola, quattro affreschi, cioè la Madonna col Bambino, dipinta a capo della scala dell’entrata posteriore della Cattedrale di S. Flaviano di Recanati, la più bella delle Madonne della Chiesa delie Grazie, e i due Santi Sebastiano, nuovamente sopradescritti.

Che  il  gruppo  sia  inscindibile  può  oggi  verificarlo  ognuno. Sono palesi in modo evidentissimo le affinità dei caratteri somatici dei volti femminei dei due Santi e di quelli delle due Madonne. Le orecchie sembrano tratte dallo stesso disegno, così gli occhi dalle palpebre allungate da una codetta verso la tempia, le bocche eguali nella forma de! taglio e dei bordi, le sottilissime e arcate sopracciglia, le curve dei menti e il limite sinuoso dei colli, e pure il modo di segnare con doppio cerchio scalfito sul­l’intonaco, e di adornare di cerchietti stampigliati il margine dei nimbi. Vi sono somiglianze anche in dettagli di minore rilievo, come le incorniciature«e a righe rosse e gialle che si ritrovi’ano nei quattro dipinti.

Se poi osserviamo gli angeli che recano sospesa una coro­na sul capo dei due Santi, per trovare elementi di confronto non possiamo che riferirci alle opere certe e attribuite di Giacomo di Nicola a cominciare con la tavola rappresentante la Madonna col Bambino, firmata 1443, che si conserva nel Museo Diocesano e che è chiamata anche la Madonna del cardellino. (3).

Alcuni angeli che circondano la Vergine col volto di mezzo profilo e particolarmente quelli che reggono una corona sul capo di Maria, sono proprio i fratelli degli altri della Chiesa di S. Ago­stino, non solo per i volti, per le ciocche dei capelli, per i sottili colli, ma anche per particolari del vestiario e degli attributi, come le pieghe cannellate delle lunghe sottane e l’aggrupparsi della stoffa nella piegatura del braccio, l’alzarsi di ciuffi di capelli die­tro la nuca, l’apice slanciato delle ali.

Inoltre la posa quasi a pinza delle mani angeliche nello strin­gere la corona si ripete negli angeli della Madonna recanatese e nella mano sinistra della Madonna di Fermo. La corona ripete lo stesso motivo decorativo delle punte gigliate alte e basse in altre opere di Giacomo. (4).

Se consideriamo poi altre parti delle due immagini di S. Sebastiano, come per esempio i piedi dalle lunghe dita e dalie grosse unghie non possiamo negare che sono somigliantissimi al piede del San Giovanni Battista nella coronazione della Vergine di Montecassiano, opera del pittore recanatese, e gli stessi piedi li ritroviamo nella figura di S. Giovanni Battista del polittico di Pietro da Montepulciano della Pinacoteca Civica di Recanati, ben­ché dipinti con arte più fine. Reminiscenza scolastica questa che si aggiunge a tanti altri legami fra l’arte di Pietro e Quella di Gia­como.

In conclusione possiamo dire che, arrivati a questo punto del­le nostre indagini, se anche vogliono mantenere, forse per ecces­siva prudenza, il riserbo che avevamo avuto nel precedente artico­lo, nel quale avevamo supposto che i quattro affreschi potessero essere di un pittore della cerchia del maestro recanatese, influen­zato a sua volta da Pietro da Montepulciano, i raffronti ci portano tutti, direi con prepotenza, verso Giacomo di Nicola. (5).

Al gruppo di affreschi dei quali ci siamo fin qui occupati può aggiungersi un Ecce Homo, sempre in affresco, che si con­serva murato in un’edicola barocca nella Cappellina del Sacra­mento della Chiesa di Santa Maria di Castelnuovo. Fu ritrovato su un muro del campanile e fu di là rimosso per cura dei parroco Mons. Don Alessandro Ottaviani.

Ne ho già parlato alla nota 24, pag. 72 dell’articolo già citato del «Casanostra» del 1962 e nell’altro mio articolo su Pietro da Montepulciano, pubblicato su «Paragone » (N. 51, pag. 31, no­ta 15). ma è ora più facile raffrontarlo con gli altri quattro af­freschi.

La vicinanza stilistica dell’Ecce Homo di Pietro da Montepulciano posto al centro della predella del polittico della Pina­coteca di Recanati con quello sopra citato non ha bisogno di commenti, è eloquente per se stessa. Ma è anche chiaro che le due opere non possono essere della stessa mano.

Possiamo ripetere i ragionamenti già fatti sui quattro af­freschi, cioè anche l’Ecce Homo di Castelnuovo non può essere di Pietro perché la minore altezza di qualità pittoriche non lo consente; considerata però la parentela stilistica è meglio as­segnarlo ad un suo seguace, ed allora questo allievo potrebbe essere benissimo lo stesso artista che ha dipinto il vicino af­fresco delle Grazie, quello della Cattedrale di San Flaviano, ed infine gli altri due di S. Agostino, pittore che si potrebbe addirit­tura identificare con Giacomo di Nicola. (6).

IRNERIO PATRIZI


(1) Parla  di  questo  S.  Sebastiano,  nel  giornalino   intitolato   «II   Folletto «dell’anno   19OO.   il   professore  di   disegno   Francesco   Ghirotti   che   riprodusse   il dipinto   anche   in   acquerello.   Ecco   le   parole   dello   stesso   Ghirotti   a   proposito dell’iscrizione:

« Sotto a sì mirabile dipinto sta una scritta latina dialettale in caratteri onciali con abbreviature, la quale per essere guasta in varie parti per quanto l’abbiamo studiata non possiamo darne perfetta interpretazione.

Da alcune lettere e segni paleografici meglio conservati abbiamo ricavato la spiegazione seguente:distinguere bene. pare che dovesse essere il nome del devoto che ha fatto fare il Santo). per devozione. Sotto a questa iscrizione è segnata la data 1464 

(Consulta la Miscellanea del Convento e Chiesa di Sant’Agostino, mano­scritto conservato nella biblioteca agostiniana di Recanati).

Il particolare di costume degli angeli, cioè quella specie di armatura di piume auree ai fianchi che vuole identificarli forse con gli arcangeli, non l’ho, a mia conoscenza, ritrovato in nessun altro dipinto dell’epoca. Gli arcangeli hanno generalmente una corazzetta. come per esempio quelli che con altri angeli, circondano l’Assunta di Masolino da Panicale del Museo di Capodimonte di Napoli.

(2) La  porzione  d’affresco  ove  è   la   rapa  bianca  conservatissima  ed   ha l’immediatezza d’una  natura morta moderna;  purtroppo  non si  è  riusciti  a  fotografarla, perché la colonna si insinua troppo in profondità ed è troppo vicini  muri  aggiunti  in  epoca  posteriore.

(3) la   Madonna   è   chiamata   anche   così   perché   il   Bambino   regge   sulla  manina un cardellino. Il motivo però di far giocare il piccolo Gesù con un uccellino che alle vol­te è un cardellino è non solo della pittura del Quattrocento, ma anche si tro­va spesso nella pittura medioevale. Lo adotta anche Pietro da Montepulciano nella Madonna di Osimo e an­cora Giacomo da Recanati nella Madonna d  Albacina.

(4) Una forma di: corona di  questo genere  è comune anche  nella  pittura e   nella   scultura   medioevale,   la   troviamo   però   ripetuta   in   alcune importanti pitture certe di Giacomo o a lui, per valide ragioni, attribuite, come nel polit­tico di Montecassiano, nella già detta Madonna recanatese, sul capo della Madonna del trittico di Albacina.

(5) Sulla questione della datazione non mi sono fermato perché ne ho già trattato a  lungo  nell’articolo  del  Casanostra  del   ’62.  La  data   1464  sotto  uno degli affreschi di S. Agostino, data in cui fu  eseguito certamente  anche  l’altro non contrasta col termine  dell’attività  di  Giacomo  di  Nicola  che  fece  te­stamento nel 1466.

D’altra parte ci sembrò e ci sembra impossibile attribuire questi af­freschi a Pietro, come anche quello delle Grazie databile 1456, perché si sarebbe troppo prolungata la vita e l’attività del maestro di Montepulciano, se anche non vogliamo dar peso alle differenze di qualità stilistica.

  1. Un altro raffronto con l’arte di Giacomo di Nicola può essere fatto fra i volti effeminati e le bionde chiome arricciate con cura dei due S. Sebastiano ed i volti gentili e le prolisse capigliature degli eleganti giovani dipinti negli otto « Episodi della vita di un Santo » (San Giuliano (?) ) del Museo di Arti Decorative di Parigi (Legato Enile Peyre).

La sola « attribuzione verosimile » di questo complesso, per Roberto Longhi è quella a Giacomo da Recanati, e due delle otto tavole sono riprodotte a pag. LXX e LXXI del Catalogo della Mostra « Da Altichiero a Pisanelio » tenuta a Verona nel 1958. Vedi anche nello stesso Catalogo la scheda 69 a pag. 64. Queste tavole sono state citate da me. per altre ragioni, anche a nota 24 dell’articolo sugli affreschi delle Grazie e ho creduto di parlarne an­cora, sia confidando sulla loro appartenenza a Giacomo, sia per istituire un altro aggancio con gli affreschi di S. Agostino, cosa che non mi sembra trascurabile.

(6) Questa   rappresentazione   dell’Ecce   Homo   è   già   ne’la   pittura   del Trecento. Tanto  Pietro che  Giacomo seguono  ancora  il  semplice  schema  me­dioevale  ed  è questo  un  evidente  sintomo  di   « provincialismo ».   Nel   Quattrocento   invece   i   pittori   di   primo  piano:   toscani,  ferraresi,  veneti.   che   opereranno  nello  stesso  tempo  o  poco  più  tardi   rinnoveranno  e   evolveranno   con arte sublime  lo stesso tema.

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